Prima del caso Mario Roggero, un altro gioielliere europeo era finito al centro di un acceso dibattito sulla legittima difesa dopo aver sparato contro rapinatori in fuga. È la vicenda di Stéphane Turk, titolare di una gioielleria a Nizza, che nel 2013 uccise un giovane rapinatore mentre tentava di allontanarsi con la refurtiva.
Il parallelismo con il caso del gioielliere di Grinzane Cavour è evidente: entrambe le vicende riguardano commercianti vittime di una rapina violenta, entrambi avevano subito un’aggressione armata all’interno della propria attività e in entrambi i casi gli spari furono esplosi quando i rapinatori stavano cercando di fuggire.
Le somiglianze hanno alimentato un dibattito simile: fino a dove può spingersi una vittima di una rapina prima che la sua reazione venga considerata una forma di vendetta privata? Le differenze tra i due casi, però, spiegano perché gli esiti giudiziari siano stati diversi.
La rapina nella gioielleria di Nizza e la reazione di Turk
L’11 settembre 2013 Stéphane Turk, 67 anni, stava aprendo la sua gioielleria “La Turquoise” nel centro di Nizza quando due rapinatori entrarono nel negozio armati. Secondo la ricostruzione processuale, i malviventi lo aggredirono con violenza, colpendolo e costringendolo ad aprire la cassaforte. I due uomini riuscirono a impossessarsi di gioielli e oro per un valore stimato di circa 30mila euro. Durante la fuga salirono su uno scooter, con uno dei rapinatori alla guida e Anthony Asli, 19 anni, come passeggero.
A quel punto Turk prese una pistola calibro 7,65 nascosta sotto il bancone e sparò tre colpi contro il mezzo in movimento. Il gioielliere sostenne di aver voluto colpire lo scooter per fermare la fuga e recuperare la refurtiva, ma uno dei proiettili raggiunse Asli alla schiena, provocandone la morte. Proprio questo elemento divenne centrale nell’inchiesta: secondo l’accusa, il pericolo per Turk era ormai terminato e il colpo era stato esploso contro una persona che si stava allontanando.
La Francia respinse la legittima difesa, ma riconobbe le attenuanti
Il caso provocò una forte reazione dell’opinione pubblica francese. Una pagina Facebook a sostegno del gioielliere raccolse oltre un milione di adesioni e molti commercianti denunciarono il clima di insicurezza vissuto dalle attività commerciali.
Turk sostenne di aver agito perché aveva appena subito una rapina violenta e dichiarò di rammaricarsi per la morte del giovane, ma di aver ritenuto necessario reagire. La procura francese, però, escluse la legittima difesa. Secondo l’accusa, al momento dello sparo non vi era più un pericolo immediato per la vita del gioielliere.
Nel 2018 la Corte d’assise delle Alpi Marittime condannò Turk a cinque anni di reclusione con sospensione della pena, quindi senza obbligo di scontare il carcere. La corte escluse la tesi della legittima difesa, ma non lo ritenne responsabile di un omicidio volontario: la condanna arrivò per “violenze volontarie con uso di arma che hanno causato la morte senza intenzione di provocarla”.
La differenza rispetto al caso Roggero è evidente anche sul piano della pena: il gioielliere francese ricevette una condanna sospesa di cinque anni, mentre il commerciante italiano è stato condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo.
Le similitudini con il caso Roggero
Il punto di contatto più evidente tra la vicenda francese e quella italiana riguarda il momento dello sparo.
Anche Mario Roggero, dopo la rapina del 28 aprile 2021 nella sua gioielleria di Gallo di Grinzane, uscì dal negozio e inseguì i rapinatori all’esterno. Due di loro morirono e un terzo rimase ferito.
Come Turk, anche Roggero sostenne di aver reagito dopo una rapina violenta e in un contesto di forte paura. Entrambi i gioiellieri erano stati vittime di un’aggressione armata e avevano vissuto una situazione di forte stress emotivo.
Si possono ravvisare delle similitudini pure sul piano del dibattito pubblico: in entrambi i casi la società si è divisa, mettendo da una parte chi ritiene che una vittima di una rapina abbia il diritto di difendersi e dall’altra chi sottolinea che una società democratica non può affidare ai privati il compito di punire i criminali.
La differenza decisiva tra il caso Turk e quello Roggero
Nonostante le analogie, i due casi presentano differenze importanti. Nel caso Turk, la difesa sostenne che il gioielliere avesse cercato di fermare lo scooter e non di uccidere il rapinatore. La traiettoria del proiettile mortale e le circostanze dello sparo furono però decisive per escludere la legittima difesa.
Nel caso Roggero, invece, i giudici italiani hanno ritenuto che la sua condotta fosse caratterizzata da una scelta consapevole di inseguire i rapinatori e reagire con l’arma quando il pericolo per la sua persona era terminato. La Cassazione ha confermato la condanna a 14 anni e 9 mesi, stabilendo che non si trattò di una reazione difensiva a un’aggressione in corso.
Due Paesi diversi, ma un principio comune
Il confronto tra Italia e Francia mostra un elemento comune: in entrambi gli ordinamenti la legittima difesa non copre automaticamente chi spara a un rapinatore che sta fuggendo. La tutela della vittima è riconosciuta quando serve a fermare un pericolo attuale. Il problema nasce quando l’azione passa dalla protezione personale al tentativo di recuperare la refurtiva o fermare il responsabile di un reato già commesso.
Il caso Turk dimostra inoltre che anche una condanna non significa necessariamente equiparare il gesto di una vittima di rapina a quello di un aggressore. La giustizia francese riconobbe infatti circostanze attenuanti e una responsabilità diversa rispetto a un omicidio volontario.
Roggero e Turk, due simboli dello stesso dilemma
Le vicende di Nizza e Grinzane Cavour sono diventate simboli dello stesso interrogativo: quanto spazio deve avere la reazione individuale quando lo Stato arriva dopo?
Le risposte date dai tribunali francese e italiano sono state diverse nella misura della pena, ma simili nel principio di fondo: subire una rapina violenta non elimina il limite oltre il quale la difesa personale può trasformarsi in una punizione privata. È proprio questo confine, più ancora delle differenze tra le leggi dei singoli Paesi, il cuore del dibattito sulla legittima difesa in Europa.
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Alessandro Bolzani
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