L’incendio della Mena ha lasciato una ferita profonda nell’Alta Murgia Tre giorni di incendio hanno ferito uno dei paesaggi più preziosi dell’Alta Murgia. Spente le fiamme, resta l’emergenza delle aziende agro-zootecniche e di un territorio che rischia di perdere i suoi custodi.
L’odore acre del fumo è ancora intenso. L’aria sembra trattenere il ricordo delle fiamme che per tre giorni, dal 20 al 22 luglio, hanno devastato un angolo prezioso dell’Alta Murgia. Siamo in località La Mena, a circa 600 metri di altitudine. Il cielo è terso e lo sguardo riesce a spingersi fino ai primi caseggiati di Bitonto. Ma il panorama che si apre davanti agli occhi è una ferita.
Terra nera. Tronchi carbonizzati. Querce secolari ridotte a scheletri. Muretti a secco anneriti dal calore. La Murgia oggi appare così: un paesaggio segnato dalla violenza del fuoco, dove la natura porta ancora i segni di una devastazione che richiederà anni per essere recuperata.
A guidarci dentro questa terra ferita è Pietro Ninivaggi, imprenditore agricolo e presidente del Comitato delle Organizzazioni Produttive dell’Alta Murgia.
È lui il Virgilio di questo viaggio tra le ferite lasciate dall’incendio. Conosce questi luoghi, ne conosce la storia e le fragilità. Percorre con noi la strada che dal Pulo conduce verso La Mena, antico crocevia della transumanza, dove per secoli pastori e greggi hanno attraversato i territori verso Gravina, Ruvo, Corato e Bitonto. Oggi quello stesso luogo racconta un’altra storia.
Un territorio cancellato dalle fiamme
Ai lati della strada il colore dorato delle stoppie è scomparso. Al suo posto resta una distesa uniforme di cenere. La fuliggine ricopre i campi. I tronchi degli alberi mostrano ancora i segni della combustione. Le querce, simbolo della Murgia, sembrano monumenti neri lasciati dopo una battaglia.
Su un fronte di oltre mille ettari il fuoco ha colpito pascoli, macchia mediterranea e aree boscate. Un danno ambientale profondo. L’ecosistema è stato compromesso e serviranno anni prima che la natura possa tornare a mostrare i colori di un tempo.
«Quello che vediamo oggi è soltanto la parte più evidente del danno – osserva Ninivaggi –. Il problema vero arriverà nei prossimi mesi, quando le aziende dovranno affrontare le conseguenze economiche dell’incendio».
Una risposta straordinaria nelle ore più difficili
La vastità del rogo ha richiesto un impegno eccezionale da parte delle strutture di soccorso. Nelle ore più critiche del 21 luglio, quando le fiamme alimentate dal vento hanno raggiunto dimensioni preoccupanti, sul posto sono intervenuti Vigili del Fuoco, Carabinieri Forestali, personale ARIF, Polizia Locale, Protezione civile e numerose squadre impegnate nelle operazioni di contenimento.
Dal cielo si sono alternati i lanci dei Canadair e degli altri mezzi aerei antincendio, mentre da terra uomini e mezzi hanno lavorato senza sosta per arginare il fronte del fuoco. L’intervento coordinato ha evitato conseguenze ancora più gravi, ha dichiarato la coordinatrice della Sala operativa della Regione Puglia, ing. Barbara Valenzano, a cui fatto eco, contattato anch’egli telefonicamente Alessandro Giustino del gruppo volontari. Anche la Polizia locale di Altamura è intervenuta con una sua squadra.
Tra le operazioni più delicate, il salvataggio di oltre 300 esemplari di pecora Altamurana, una razza che racconta la storia della Murgia e che alcuni allevatori stanno cercando di riportare al centro della zootecnia locale. Non semplici animali da allevamento, ma un patrimonio genetico, produttivo e culturale legato a questo territorio. Quelle pecore rappresentano una memoria antica che rischiava di essere cancellata dalle fiamme.
Quando il fuoco si spegne, comincia la crisi
L’emergenza, però, non termina con lo spegnimento dell’ultimo focolaio. Per molte aziende agro-zootecniche dell’Alta Murgia la vera difficoltà comincia adesso. Il pascolo non è soltanto terreno. È il fondamento dell’attività degli allevatori. È ciò che permette di mantenere gli animali, contenere i costi e continuare un lavoro tramandato da generazioni.
La normativa sugli incendi boschivi prevede vincoli nelle aree percorse dal fuoco, compreso il divieto di pascolo per dieci anni nei soprassuoli boscati interessati dall’incendio. Per alcune aziende questo può rappresentare un colpo durissimo.
«Molti pensano che il danno finisca quando le fiamme vengono spente – spiega Ninivaggi –. In realtà è proprio allora che iniziano i problemi». Gli allevatori dovranno trovare soluzioni difficili: trasferire temporaneamente il bestiame presso altre aziende disponibili, acquistare foraggi, sostenere costi aggiuntivi. In un settore già provato da altre difficoltà, il rischio è quello di una crisi irreversibile. Per qualcuno potrebbe significare ridurre l’allevamento. Per altri chiudere. E quando chiude un’azienda agricola non scompare soltanto un’attività economica. Scompare un presidio umano.
La prevenzione deve iniziare prima del fuoco
L’incendio della Mena riapre inevitabilmente il tema della prevenzione. Perché ogni estate l’Alta Murgia torna a confrontarsi con la stessa emergenza. La domanda non riguarda soltanto chi abbia acceso il primo focolaio. Riguarda anche, perché un territorio così prezioso continui a essere così vulnerabile.
Secondo Ninivaggi la prevenzione deve partire dalla manutenzione quotidiana. Fasce tagliafuoco, pulizia delle aree invase dalla vegetazione secca, cura del sottobosco, controllo delle zone più esposte. Interventi ordinari che possono rallentare la propagazione delle fiamme e rendere più efficace il lavoro dei soccorritori. Di questo avviso è anche Alessandro Giustino del gruppo volontari antincendio.
Ma c’è anche un altro elemento da considerare: per secoli il pascolo ha rappresentato una forma naturale di gestione del territorio. Gli animali contribuivano a ridurre la biomassa vegetale, limitando l’accumulo di materiale facilmente infiammabile. La presenza degli allevatori, quindi, non è soltanto economica. È anche ambientale.
Chi custodirà la Murgia di domani?
Le indagini stabiliranno le cause dell’incendio e individueranno eventuali responsabilità. La giustizia farà il suo corso. L’orizzonte è rimasto lo stesso. È cambiato tutto ciò che gli sta davanti. La cenere sarà portata via dal vento. La vegetazione proverà lentamente a rinascere. Ma se la Murgia perderà i suoi allevatori, perderà anche coloro che per generazioni hanno custodito questo paesaggio.
Perché la Murgia non è soltanto terra. È memoria. È lavoro. È identità. E il rischio più grande è che, dopo il fuoco, resti un territorio senza più i suoi custodi.
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Giovanni Mercadante
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