Dr Orhan Dragaš
Mentre a Ceuta si contavano i morti, mentre polizia ed esercito cercavano di riprendere il controllo della città e gli abitanti assistevano al passaggio di decine di migliaia di persone attraverso una frontiera dell’Unione europea nel giro di poche ore, i Democratici Europei hanno scelto di discutere dell’abbigliamento di Giorgia Meloni. Sul proprio account hanno pubblicato un’immagine della presidente del Consiglio con la sciarpa europea indossata nel 2023 e con il berretto rosso di Donald Trump nel 2026, accusandola di aver chiesto allora solidarietà all’Europa e di aver scelto oggi la propaganda. Il partito, appartenente alla famiglia centrista di Renew Europe, ha concluso che Meloni ostenta fermezza e governa seguendo i sondaggi.
È difficile immaginare una risposta più superficiale a ciò che è accaduto.
Tra 50.000 e 60.000 persone hanno tentato di entrare a Ceuta dal Marocco, via terra e via mare. In meno di due giorni ha attraversato la frontiera una massa sufficiente a riempire una città di medie dimensioni. Almeno 72 persone hanno perso la vita, oltre mille hanno avuto bisogno di assistenza medica e le autorità spagnole sono state costrette a mobilitare ulteriori reparti di polizia e dell’esercito. Soltanto dopo il collasso della frontiera sono state respinte oltre 48.000 persone. La Spagna ha poi installato una barriera galleggiante lunga 500 metri lungo un tratto del confine marittimo.
Definire tutto questo una normale crisi migratoria significa rifiutarsi di vedere la portata dell’evento. L’Europa si è trovata davanti a un’irruzione improvvisa di decine di migliaia di persone attraverso la propria frontiera esterna, con vittime, panico di massa, perdita temporanea del controllo del territorio e la necessità di mobilitare le forze di sicurezza come in uno stato d’emergenza. Per gli effetti che ha prodotto, quanto accaduto a Ceuta è stato paragonabile a un grande attentato terroristico.
Tra le persone coinvolte nell’attraversamento di massa vi erano disperati, ingannati, sfruttati e messi deliberatamente in pericolo. Le loro vicende personali e la natura dell’operazione appartengono a due piani distinti. Un individuo può essere vittima dei trafficanti, della disinformazione o della manipolazione politica, e il suo movimento può comunque essere utilizzato come strumento di pressione e di attacco contro un altro Stato.
La frontiera è il luogo in cui lo Stato distingue il diritto d’asilo dal suo abuso, l’ingresso legale dal traffico di esseri umani e chi ha realmente bisogno di protezione da chi rappresenta un rischio per la sicurezza. Quando decine di migliaia di persone sfondano simultaneamente un confine, quella capacità scompare. Tutti confluiscono nella stessa massa, senza identità accertata, senza controlli e senza intenzioni verificate. La politica di Giorgia Meloni restituisce allo Stato la possibilità di compiere di nuovo queste distinzioni. Protegge così sia i cittadini italiani sia coloro che hanno davvero diritto alla protezione.
Per qualificare formalmente un evento come terrorismo, il diritto richiede la prova dell’intenzione e dell’identità degli organizzatori. Tali prove non sono ancora state rese pubbliche. Una valutazione di sicurezza, però, non può attendere anni, fino alla conclusione di ogni indagine. Il diritto europeo considera atti terroristici anche quelli diretti a intimidire gravemente una popolazione, costringere un governo ad agire o ad astenersi dall’agire e destabilizzare in modo profondo le strutture politiche, economiche o sociali. Per gli effetti prodotti, Ceuta ha esercitato esattamente questo genere di pressione.
Una definizione ancora più precisa è quella di attacco ibrido. Da anni l’Unione europea avverte che le migrazioni possono essere trasformate in un’arma. Il Servizio europeo per l’azione esterna include espressamente la strumentalizzazione dei flussi migratori tra le minacce ibride. Già nel 2021 la Commissione europea definì l’indirizzamento organizzato dallo Stato di migranti verso una frontiera come una forma particolarmente crudele di minaccia ibrida, volta a destabilizzare l’Unione, creare una crisi prolungata e metterne alla prova la determinazione. Anche la NATO include la strumentalizzazione dell’immigrazione illegale tra gli strumenti della guerra ibrida.
Nel caso di Ceuta, la questione decisiva è chi abbia reso possibile la concentrazione quasi simultanea di decine di migliaia di persone nello stesso luogo, chi abbia diffuso la convinzione che attraversare il confine sarebbe stato facile, chi ne abbia organizzato il movimento, per quale ragione le forze marocchine siano rimaste passive nella fase iniziale e se qualcuno abbia calcolato di poter ottenere concessioni politiche da Madrid o da Bruxelles esercitando pressione su Ceuta.
Un giudizio definitivo sul ruolo delle autorità di Rabat dovrà attendere ulteriori prove. Gli elementi che giustificano un’indagine seria sono già numerosi. Nel 2021 il Marocco consentì un ingresso di massa a Ceuta durante una crisi diplomatica con la Spagna. Il Parlamento europeo condannò allora l’uso dei migranti, compresi i minori, come strumento di pressione politica. Dopo un’irruzione ancora più vasta, l’Europa dovrebbe essere straordinariamente ingenua per rifiutare perfino l’ipotesi di essere stata nuovamente sottoposta a una forma analoga di coercizione.
Il governo spagnolo aveva ricevuto avvertimenti sufficienti. Nel complesso gli arrivi illegali in Spagna erano inferiori rispetto all’anno precedente, ma da mesi Ceuta mostrava una tendenza opposta. Al 15 luglio, gli ingressi via terra a Ceuta erano aumentati del 150 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Alla fine di giugno, l’incremento era del 164 per cento. La pressione su quella frontiera non è esplosa nel giro di una notte. È cresciuta sotto gli occhi delle autorità, fino al momento in cui 50.000 persone si sono ritrovate dall’altra parte della recinzione.
Pedro Sánchez, invece di assumersi la responsabilità politica del collasso, ha attaccato i governi europei che hanno cercato di proteggere i propri Paesi. Ha definito egoistiche e illegali le misure adottate dall’Italia. Il suo ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha accusato Roma di aver creato una “confusione deliberata”. I Democratici Europei si sono uniti all’attacco, sostenendo che Meloni stesse utilizzando Ceuta per fare propaganda e che le sue decisioni seguissero l’umore politico del momento.
Il problema delle loro accuse sono i fatti.
L’Italia ha mantenuto aperte le frontiere ai cittadini spagnoli e agli altri cittadini dell’Unione europea, così come i rapporti turistici e commerciali con la Spagna. Ha introdotto controlli temporanei e mirati sui cittadini di Paesi terzi in arrivo dalla Spagna per via aerea o marittima. La misura è limitata nel tempo ed è rivolta al possibile rischio di movimenti secondari dopo il più grave sfondamento di una frontiera europea nella storia recente.
Le norme di Schengen consentono espressamente a uno Stato di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne in presenza di una grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza interna. Una misura del genere deve essere necessaria, proporzionata e limitata al tempo indispensabile per affrontare il pericolo. È precisamente nel rispetto di questo quadro che l’Italia ha agito. Definire ogni controllo un “attacco a Schengen” significa trasformare la libera circolazione in un dogma che dovrebbe restare intatto perfino quando la frontiera esterna dell’Unione smette di funzionare.
Il futuro di Schengen dipende dalla fiducia che ogni Stato membro proteggerà la frontiera esterna anche per tutti gli altri. Quando quella fiducia viene meno, i controlli interni diventano inevitabili. I controlli italiani difendono quindi la libera circolazione molto più dei politici che pretendono frontiere aperte anche dopo il loro completo collasso. L’Unione europea può sopravvivere come spazio di libertà soltanto se resta capace di proteggere il territorio nel quale quella libertà vale.
Sánchez e Albares ripetono che Ceuta non appartiene allo spazio Schengen e che quasi nessuno dei nuovi arrivati ha raggiunto il territorio continentale europeo. È un argomento formulato dopo l’evento. Un governo responsabile della sicurezza non decide sulla base di ciò che ha appreso 48 ore più tardi. Deve valutare il rischio nel momento in cui ignora dove si trovino decine di migliaia di persone, chi le controlli, quanti criminali, trafficanti o membri di organizzazioni estremiste possano trovarsi tra loro e se tenteranno di proseguire il viaggio.
Meloni ha reagito prima che la prima persona partita da Ceuta comparisse a Roma, Milano o Napoli. La prevenzione ha senso soltanto prima che si producano le conseguenze. Dopo, resta soltanto la gestione del danno.
La leadership comincia prima che il pericolo diventi una catastrofe. La politica europea si è abituata a reagire quando la frontiera è già crollata, i centri di accoglienza sono pieni e la polizia ha perso il controllo delle strade. Meloni ha rifiutato questa sequenza. Ha adottato le misure necessarie quando era ancora possibile impedire che la crisi di Ceuta diventasse una crisi italiana. Per prendere quella decisione non ha atteso il consenso di Madrid, l’elogio di Bruxelles o l’approvazione delle centrali dei partiti europei. Si è assunta la responsabilità che la carica di presidente del Consiglio comporta.
È particolarmente sleale l’accusa secondo cui l’Italia avrebbe chiesto solidarietà a Lampedusa nel 2023 per poi negarla oggi alla Spagna. Quando Meloni si trovava a Lampedusa accanto a Ursula von der Leyen, chiese il rafforzamento di Frontex, la prevenzione delle partenze, rimpatri più rapidi, la sorveglianza del Mediterraneo e la lotta contro le reti dei trafficanti. Il piano europeo presentato allora partiva dal diritto dell’Europa di decidere chi entra nel proprio territorio.
Oggi Meloni difende esattamente la stessa posizione. La Spagna deve essere aiutata a proteggere la frontiera, individuare gli organizzatori, accertare il ruolo delle reti dei trafficanti, trattare con il Marocco e rimpatriare chi non ha diritto al soggiorno. Questo sostegno procede insieme al diritto dell’Italia di proteggere il proprio territorio. La solidarietà europea significa aiutare uno Stato sotto pressione, lasciando a ogni membro la piena responsabilità della sicurezza dei propri cittadini.
La politica italiana ha anche prodotto risultati. Fino al 15 luglio 2026 erano arrivati sulle coste italiane 15.323 migranti, contro i 33.116 dello stesso periodo del 2025. Gli arrivi si sono ridotti di oltre la metà. I rimpatri forzati e i rientri volontari assistiti sono passati da 3.499 a 4.658. Questi numeri mostrano che una politica fondata sul controllo delle frontiere, sulla cooperazione con i Paesi d’origine e sui rimpatri ha iniziato a modificare la realtà.
Nello stesso tempo Meloni ha aperto canali legali per l’ingresso di lavoratori stranieri. Il suo governo ha approvato un piano che consentirà l’ingresso regolare di fino a 497.550 lavoratori provenienti da Paesi extra-UE tra il 2026 e il 2028. La distinzione è semplice. È lo Stato a decidere quante persone entrano, per quali lavori, a quali condizioni e dopo quali verifiche. Sugli ingressi illegali decidono i trafficanti, le circostanze politiche di altri Paesi e la possibilità del singolo di pagare un viaggio pericoloso.
Negli ultimi anni l’Europa ha progressivamente accolto quasi tutto ciò che Meloni chiedeva da tempo. Le frontiere esterne sono state rafforzate, le procedure di rimpatrio accelerate, è stata aperta la possibilità di istituire centri di rimpatrio in Paesi terzi e la strumentalizzazione delle migrazioni è stata riconosciuta come minaccia ibrida. Ciò che ieri veniva definito di estrema destra entra oggi nelle norme e nelle decisioni europee.
L’attacco dei Democratici Europei contro Meloni è quindi politicamente sleale e dimostra che una parte del centro europeo non ha ancora compreso il mondo in cui vive. Per loro continua a contare di più se Meloni indossi una sciarpa europea in una fotografia e un berretto americano in un’altra, rispetto al fatto che 50.000 persone abbiano sfondato la frontiera dell’Unione, che decine siano morte e che una città europea abbia perso il controllo delle proprie strade.
Ceuta dimostra quanto l’Europa abbia bisogno della politica di Giorgia Meloni e quanto tempo sia stato perso rifiutando di prenderla sul serio.
Un attraversamento di massa può essere una tragedia umanitaria e, nello stesso tempo, un’operazione di sicurezza diretta contro uno Stato. Le due realtà possono esistere simultaneamente. Chi indirizza, inganna, organizza o lascia avanzare le persone verso una frontiera può contare proprio sull’incapacità europea di accettare che una vittima possa essere trasformata in un’arma.
Meloni rifiuta di accettare questa debolezza. La decisione di verificare chi entra in Italia dalla Spagna rientra nei doveri fondamentali della presidente del Consiglio. Sánchez, Albares e i gestori dei social media dei Democratici Europei possono protestare; la responsabilità della presidente del Consiglio resta la protezione dell’Italia.
Ceuta è stata un attacco alla frontiera esterna dell’Unione europea. Giorgia Meloni lo ha riconosciuto prima degli altri e ha agito come una leader consapevole che l’Europa si difende dal primo sfondamento della frontiera, non quando le conseguenze sono già arrivate nelle sue città.
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Redazione Corriere PL
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