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Redazione – Ci sono notizie di cronaca che, quando arrivano improvvise sulle agenzie, ti tolgono letteralmente il respiro, facendoti fermare per un istante il battito del cuore. Come se un pezzo fondamentale della tua stessa vita, della tua gioventù, dei tuoi amori e dei tuoi ricordi se ne andasse via per sempre, portato via dal vento freddo dell’Appennino. Francesco Guccini è morto. Il cantautore emiliano, il poeta burbero con la celebre “r” moscia, l’intellettuale puro con l’inseparabile eskimo e il bicchiere di vino sempre pieno sul tavolo, si è spento all’età di 86 anni. La notizia, diffusa dalla famiglia con il cuore inevitabilmente spezzato, è un colpo durissimo e sordo per la cultura italiana, ma soprattutto per l’anima di milioni di persone che sono cresciute ascoltando i suoi dischi consumati sui giradischi. Perché Francesco non era affatto solo un cantante. Era il professore di lettere che tutti noi avremmo voluto avere a scuola, era lo zio saggio che ti raccontava la vita al tavolo dell’osteria, era la voce tuonante della coscienza di un’Italia che sognava, lottava, si innamorava e, a volte, si arrendeva. Con la sua scomparsa, non se ne va solo un artista immenso: se ne va l’ultimo grande, ineguagliabile narratore delle nostre povere vite.

Pavana, l’ultimo respiro tra gli affetti più cari: il silenzio dignitoso di un addio privato

Francesco ha scelto di andarsene esattamente come ha vissuto: schivo, vero, lontano dai riflettori accecanti, dalle luci stroboscopiche dello showbiz e dal rumore ipocrita e inutile della mondanità. Si è spento dolcemente questa mattina nel suo amato rifugio di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, in provincia di Pistoia. Quel luogo magico, aspro e bellissimo, fatto di castagni secolari, fiumi freddi e silenzi antichi, che aveva tanto cantato nelle sue ballate e che era diventato il suo sacro buen retiro. Ad accompagnarlo nell’ultimo, grande e misterioso viaggio c’erano gli unici amori della sua vita: la moglie Raffaella e l’adorata figlia Teresa. Nel pieno e totale rispetto della sua natura profondamente vera, la famiglia ha annunciato che i funerali si terranno nei prossimi giorni in forma strettamente privata. Una scelta di dignità assoluta, che chiede a tutti noi il massimo rispetto e una doverosa discrezione in un momento di strazio. Francesco non amava le passerelle e non tollerava l’ipocrisia dei lutti “da vetrina” televisiva. Voleva andarsene con il sussurro del vento tra gli alberi, tenendo per mano solo le persone che gli volevano bene davvero.

Da professore riluttante a poeta immortale di una generazione: l’uomo dietro l’eskimo

Nato a Modena il 14 giugno del 1940, la vita terrena di Guccini è stata un romanzo lungo e straordinario. Iniziò come insegnante, poi lavorò come giovane e curioso cronista alla Gazzetta di Modena, fino ad approdare, quasi riluttante e timido, nel mondo caotico della musica. Non voleva stare sul palco sotto i riflettori, Francesco. Preferiva starsene dietro le quinte a scrivere per gli altri, regalando all’Italia capolavori immortali cantati da Caterina Caselli e dai gruppi beat dell’epoca come l’Equipe 84 e i Nomadi. Canzoni titaniche, spirituali e profetiche come “Auschwitz”, “Per fare un uomo” o la struggente “Dio è morto” portano orgogliosamente la sua firma. Ma è negli anni ’70, con il definitivo trasferimento a Bologna, che nasce il mito incrollabile del cantautore. Vestito con l’inseparabile eskimo, con la barba incolta, gli occhiali spessi e la voce baritonale, Guccini è diventato il megafono umano di una generazione intera, l’idolo indiscusso della stagione dell’impegno politico e sociale. Ha saputo fondere l’alta letteratura (citando Borges, la Bibbia, Cervantes e Dumas) con il linguaggio crudo della strada, degli studenti e dei contadini, creando un genere narrativo unico al mondo.

Inni collettivi, fumo e bottiglie di vino: i suoi concerti come indimenticabili osterie dell’anima

Chiunque abbia avuto la fortuna immensa di assistere almeno una volta a un suo concerto dal vivo, sa perfettamente che non si trattava di semplici esibizioni musicali. I concerti di Guccini erano delle gigantesche, calde e meravigliose osterie dell’anima. Tra una canzone e l’altra, Francesco si sedeva sullo sgabello, teneva lunghissimi monologhi esilaranti, beveva vino rosso, fumava e parlava con il suo pubblico sterminato come se fossimo tutti seduti nel salotto di casa sua a Bologna. E poi partivano quegli inni collettivi che ci hanno cresciuto, che ci hanno consolato per un amore perduto, e che abbiamo cantato a squarciagola fino a perdere completamente la voce: la rabbia proletaria de “La locomotiva”, la nostalgia dolceamara di “Piccola città” o “Il vecchio e il bambino”, la poesia assoluta e straziante di “Vedi cara”, “Incontro” o “Autogrill”. Fino alla rabbia sputata in faccia ai moralisti finti e ai borghesi con “L’avvelenata”, e alla fierezza intellettuale di “Cirano”. Ogni sua canzone era una dura lezione di vita, uno specchio in cui guardare le nostre umane fragilità, le nostre paure e i nostri sogni infranti.

A settembre il grande abbraccio del suo popolo: perché Francesco non morirà mai

Dal 2012, dopo la toccante uscita del disco “L’ultima Thule”, Francesco aveva deciso lucidamente di appendere la chitarra al chiodo. Si era ritirato dalle scene musicali attive per dedicarsi esclusivamente alla sua altra, gigantesca passione: la scrittura. E anche lì aveva dimostrato la sua genialità assoluta, sfiorando il trionfo nel 2020 con l’ingresso nella cinquina del prestigiosissimo Premio Campiello con il romanzo “Tralummescuro”. Ci aveva avvisati che non avrebbe più cantato o fatto dischi, ma saperlo vivo, lì a Pavana nella sua casa, ci faceva sentire al sicuro. Ora quel vuoto intellettuale sembra davvero incolmabile. Proprio per permettere al suo immenso, devoto e oggi orfano pubblico di salutarlo come si deve, la famiglia organizzerà una grande cerimonia commemorativa pubblica nel mese di settembre. Sarà un momento di lacrime calde, di lunghi abbracci, e sicuramente di chitarre scordate suonate per le strade cantando a squarciagola le sue canzoni immortali.

Ciao Francesco, salutaci le stelle e bevi un bicchiere di quello buono per noi

Oggi l’Italia è un Paese infinitamente più povero, più solo, più ignorante e decisamente meno poetico di ieri. La morte di Francesco Guccini segna la fine irrevocabile di un’era irripetibile della canzone d’autore italiana. Ci ha insegnato l’ironia pungente, l’impegno civile senza compromessi, la dolcezza infinita della nostalgia e la rabbia sacrosanta contro le ingiustizie dei potenti. Ci ha insegnato che le parole sono pietre da scagliare e che la musica può letteralmente salvare l’anima di un uomo. Buon viaggio, “vecchio” professore. La tua ultima possente locomotiva a vapore è partita fischiando verso il cielo, ma noi, quaggiù sulla terra, continueremo ostinatamente a cantare le tue parole. Salutaci le stelle, guarda giù ogni tanto, e conservaci un posto libero all’osteria dell’eternità. Noi non sappiamo dove andremo, ma sappiamo che il tuo ricordo, nel nostro cuore, ci sarà per sempre.


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 Monica Macchioni

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