Referendum per l’Abruzzo, la sentenza riapre il percorso. Ma il Molise non ha bisogno di cambiare confini


La sentenza del Consiglio di Stato è arrivata e, al di là delle letture politiche che inevitabilmente ne seguiranno, una cosa va chiarita subito: non c’è scritto da nessuna parte che Isernia passerà all’Abruzzo.

Il parere della Prima Sezione del Consiglio di Stato, numero 01468/2026, depositato il 6 agosto 2026, riguarda il ricorso straordinario presentato dal Comitato per l’aggregazione della Provincia di Isernia alla Regione Abruzzo contro la Provincia di Isernia.

E la decisione è favorevole al Comitato su un punto preciso: è stata annullata la nota del 10 gennaio 2025 con cui il Segretario generale della Provincia aveva dichiarato improcedibile l’iniziativa popolare per la mancanza di una proposta deliberativa.

Il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittimo quel blocco.

Cosa dice davvero la sentenza

Il passaggio fondamentale della pronuncia è nella distinzione tra l’iniziativa prevista dall’articolo 132, comma 2, della Costituzione e quella prevista dallo Statuto della Provincia di Isernia.

Il referendum per il distacco e l’aggregazione di una provincia a un’altra Regione, secondo l’articolo 132 della Costituzione, non può essere indetto direttamente dai cittadini: la richiesta deve provenire dagli enti interessati.

Ma questo, secondo il Consiglio di Stato, non impedisce ai cittadini di utilizzare gli strumenti di democrazia diretta previsti dallo Statuto provinciale per sollecitare il Consiglio provinciale ad assumere quella decisione.

Ed è esattamente ciò che, secondo i giudici, aveva fatto il Comitato.

L’articolo 25 dello Statuto della Provincia di Isernia riconosce infatti a 5.000 cittadini iscritti nelle liste elettorali dei Comuni della provincia la possibilità di presentare iniziative di proposta di deliberazione nelle materie di competenza del Consiglio.

Le firme raccolte erano oltre 5.000.

Per questo il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittimo pretendere dai promotori anche una vera e propria bozza di deliberazione consiliare, soprattutto considerato che né lo Statuto né il regolamento definivano quell’obbligo.

La sentenza arriva a una considerazione particolarmente significativa: imporre ai cittadini che esercitano un’iniziativa di democrazia diretta di predisporre una deliberazione tecnica, addirittura a pena di improcedibilità, rischierebbe di negare la stessa essenza dell’iniziativa popolare.

Il provvedimento del Segretario generale è stato quindi annullato.

Ma il referendum non è stato indetto

Ed è qui che occorre evitare titoli e interpretazioni fuorvianti.

La sentenza non ordina il referendum.

Non stabilisce che la Provincia di Isernia debba lasciare il Molise. Non stabilisce che Isernia debba entrare nell’Abruzzo. Non sostituisce il Consiglio provinciale nella decisione politica.

Il Consiglio di Stato afferma che l’iniziativa popolare deve essere esaminata attraverso la procedura prevista dall’ordinamento provinciale e che la successiva deliberazione del Consiglio rimane una scelta dell’organo politico.

Dunque il percorso può ripartire. Ma il percorso non è arrivato alla sua destinazione.

Ed è una differenza tutt’altro che secondaria.

Saia: «Il percorso è finalmente sbloccato»

Il presidente della Provincia di Isernia Daniele Saia ha accolto favorevolmente il pronunciamento, rivendicando la posizione assunta durante tutta la vicenda.

Saia ricorda di essersi opposto alla decisione del Segretario generale di dichiarare improcedibile l’istanza e sottolinea di avere chiesto un riesame della questione, oltre ad avere coinvolto l’Avvocatura provinciale, che aveva espresso un parere favorevole alla riattivazione del procedimento.

Nelle sue parole c’è dunque la soddisfazione per quella che considera una conferma della linea portata avanti dalla Presidenza della Provincia: favorire il diritto di partecipazione dei cittadini e superare gli ostacoli burocratici che avevano fermato l’iniziativa.

Saia parla di una «netta censura dell’operato burocratico» e sostiene che la pronuncia renda giustizia alle migliaia di cittadini che hanno firmato.

E, sul piano strettamente amministrativo, il dato non è contestabile: il Consiglio di Stato ha effettivamente annullato il provvedimento che aveva bloccato l’iniziativa.

Ma proprio da qui dovrebbe partire una riflessione molto più ampia.

Perché il problema non è il confine tra Molise e Abruzzo

Perché, alla fine, la domanda vera è un’altra.

Perché una parte dei cittadini di questa provincia è arrivata a pensare che per avere un futuro sia necessario cambiare Regione?

Questa è la domanda che la politica dovrebbe avere il coraggio di porsi.

Non basta discutere se Isernia debba stare in Molise o in Abruzzo. Non basta stabilire dove tracciare una linea sulla cartina geografica.

Una linea amministrativa non riapre un ospedale. Non crea posti di lavoro. Non riporta i giovani che sono andati via. Non migliora automaticamente le strade. Non aumenta i collegamenti. Non riapre i servizi nei piccoli Comuni. Non ferma lo spopolamento.

E soprattutto non cambia la qualità della classe dirigente.

Il Molise non ha bisogno di essere smembrato per essere salvato.

Ha bisogno di essere governato meglio.

Il Molise ha bisogno di politica. Di buona politica.

Il problema vero del Molise, oggi, non è soltanto la sua dimensione geografica. È la sua capacità di costruire un progetto. Un progetto per le aree interne. Un progetto per la sanità. Un progetto per i trasporti. Un progetto per il lavoro. Un progetto per i giovani. Un progetto per le imprese. Un progetto per i piccoli Comuni che ogni anno perdono abitanti, servizi e speranze.

E per fare questo servono amministratori che abbiano una visione che vada oltre il prossimo appuntamento elettorale.

Perché è difficile non vedere, da anni, una politica troppo spesso concentrata sul consenso immediato: il voto da conquistare, la posizione da conservare, la candidatura da preparare, la carriera da costruire.

Quando la politica diventa soprattutto questo, il territorio passa inevitabilmente in secondo piano.

E allora può anche accadere che una comunità, stanca di aspettare, inizi a guardare oltre il proprio confine.

Ma quella richiesta non dovrebbe essere liquidata semplicemente come una battaglia identitaria.

Dovrebbe essere ascoltata come un campanello d’allarme.

Prima di cambiare Regione, chiediamoci perché siamo arrivati fin qui

Chi sostiene il passaggio all’Abruzzo ha certamente il diritto di farlo.

E la sentenza del Consiglio di Stato ha stabilito che quell’iniziativa popolare non poteva essere fermata con un ostacolo burocratico che non trovava adeguato fondamento nello Statuto e nel regolamento.

Ma la politica dovrebbe andare oltre il quesito referendario.

Dovrebbe chiedersi perché cittadini molisani arrivano a ritenere che il proprio futuro possa essere migliore altrove.

La risposta non può essere semplicemente: «Andiamo in Abruzzo».

Perché domani, se le cose non funzionassero, quale sarebbe il prossimo confine da attraversare?

Il problema non è la carta geografica.

Il problema è ciò che accade sopra quella carta.

E ciò che serve al Molise è una classe dirigente capace di mettere il territorio davanti alla propria convenienza.

Politici che non pensino prima alla propria tasca, ai propri voti, alla propria carriera. Politici che non cantino la loro soddisfazione per un evento che ha visto sperperare centinaia di migliaia di euro dei molisani per la loro egocentrica voglia di pensare di essere amministratori che offrono e dall’offerta “pretendono” consensi e quindi voti.

Politici, quindi, che sappiano rinunciare al consenso quando una scelta impopolare è necessaria. Politici che sappiano dire la verità anche quando la verità non porta voti. Politici che amministrino per lasciare qualcosa a chi verrà dopo di loro, non per costruire la propria candidatura alle elezioni successive.

Il Molise non deve rassegnarsi

La sentenza del Consiglio di Stato, dunque, riapre una partita.

E quella partita dovrà essere affrontata nelle sedi previste, nel rispetto della volontà dei cittadini e delle regole costituzionali.

Ma mentre la politica discuterà di referendum, distacco, aggregazione e confini, sarebbe bene non perdere di vista la questione fondamentale.

Il Molise non ha bisogno di arrendersi all’idea che la soluzione dei suoi problemi sia diventare un pezzo di un’altra Regione.

Ha bisogno di una politica che torni a fare il proprio mestiere. Di amministratori presenti. Di competenza. Di programmazione. Di coraggio. Di visione.

E, soprattutto, di una classe politica che comprenda finalmente che il territorio non è il mezzo attraverso il quale costruire una carriera politica: è il motivo per cui quella carriera dovrebbe esistere.

Se una comunità arriva a chiedere di cambiare Regione, prima ancora di discutere se quella richiesta sia giusta o sbagliata, chi governa dovrebbe fermarsi e domandarsi che cosa non ha funzionato.

Perché forse la vera emergenza del Molise non è cambiare Regione.

È cambiare il modo di fare politica.

a cura di Maurizio Varriano


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 Maurizio Varriano

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