Tirana (Albania) – Ci sono poeti che si limitano a descrivere il mondo, e poeti che invece lo smontano, lo interiorizzano e ce lo restituiscono sotto forma di brivido. Il poeta albanese Hekuran Halili appartiene indiscutibilmente a questa seconda categoria. Nella profonda e toccante analisi letteraria curata dalla critica Angela Kosta (dal titolo emblematico: “L’ebbrezza eterna nel crepuscolo dell’anima”), emerge il ritratto di un autore capace di usare le parole come pennellate su una tela, trasportando il lettore in una dimensione sospesa tra il sogno, il dolore e la rivelazione mistica. Attraverso l’analisi di tre componimenti fondamentali (“Versi crepuscolari”, “Le Madri” e “Istante etereo”), Kosta ci guida nei meandri di una lirica potente, dove il microcosmo intimo dell’autore si fonde drammaticamente con il macrocosmo della Storia e dell’umanità.

“Versi crepuscolari”: l’illusione della pace e il dramma della Storia

Nella prima lirica analizzata da Angela Kosta, “Vargje të muzgëta” (Versi crepuscolari), Halili ci catapulta in un’atmosfera pittorica di straordinaria eleganza. Il crepuscolo non è solo il momento in cui il giorno cede il passo alla notte, ma diventa un protagonista vivo, sensuale e silenzioso. L’autore scrive: “Con la delicata svestizione del giorno dalla luce / arriva il Crepuscolo…”. Secondo Kosta, in questa fase di dissoluzione dei contorni, Halili ci ricorda dolorosamente la nostra condizione di esseri mortali e transitori. L’anima e l’aria vibrano all’unisono: “interiormente rimbombiamo come mare in tempesta”. È il rifugio di un uomo rannicchiato in se stesso, circondato dalla nebbia dei ricordi.

Ma improvvisamente, come fa notare la critica, la delicata metafora si spezza e diventa tragedia. Il crepuscolo perde la sua innocenza e si trasforma nel palcoscenico dei tradimenti umani: “Ma nel crepuscolo, hanno inizio tutte le infedeltà del mondo / nel crepuscolo si costruiscono tutti i cavalli di legno…”. Halili compie un salto magistrale: la sua malinconia personale diventa il lutto collettivo per la sua terra natale e per i popoli oppressi, trafitti dai pugnali delle guerre ingiuste, piangendo i morti “rimasti senza tomba”.

“Le Madri”: la sacralità della vita che sconfigge il tempo

Il secondo componimento, “Nënat” (Le Madri), cambia totalmente registro, elevandosi a preghiera universale. Halili accosta la figura materna alla terra fertile, ai “campi in fiore” e ai “campi di grano da cui si fa il pane”. Angela Kosta sottolinea come la menzione del pane non sia casuale: è l’alimento base per eccellenza, il simbolo della sopravvivenza e dell’amore assoluto.

Le madri di Halili sono entità sacre che non si limitano a partorire: “seminano la vita nei sogni / portano la vita sulla schiena / scaldano la vita con l’anima”. La ripetizione ossessiva e solenne della parola “vita” culmina nel verso definitivo: “fino all’eternità”. Per Halili, l’amore materno è l’unico vero ponte indistruttibile capace di collegare la miseria della vita terrena all’assoluto dell’immortalità.

“Istante Etereo”: la sospensione del tempo e l’ebbrezza del desiderio

L’analisi si chiude con “Çast eterik” (Istante etereo), una poesia breve ma dal fortissimo impatto visionario. Kosta evidenzia l’uso di allegorie sonore quasi primitive (“voci come strida di aironi”) che sembrano scendere dai “sette cieli”, ammantando la scena di un’aura mistica e inaccessibile. La tensione erotica e spirituale dell’autore verso questo mistero insondabile si traduce nel disperato desiderio di fermare il tempo, di perdersi in un’ebbrezza eterna. Il verso finale, “E che il tempo non partorisse più il mattino…!”, è un grido lacerante: il rifiuto di tornare alla banale realtà e al caos della vita quotidiana, scegliendo di restare prigionieri volontari della magia della notte.


EBBREZZA D’ETERNO NEL CREPUSCOLO DELL’ANIMA DI HEKURAN HALILI

VERSI CREPUSCOLARI

Con intreci di colori, fremiti d’ombre, /con silenzi crescenti, fioriture di desideri, /con lo spogliarsi vezzoso del giorno dalla luce, /arriva il Crepuscolo…”
con eleganza visiva l’autore Halili, ci trasporta in un’atmosfera quasi pittoresca.
Il crepuscolo non viene soltanto descritto, ma viene pure vissuto.
Diventando protagonista silenzioso vezzoso, sensuale, quasi umano nel “suo spogliarsi”, nel suo personificarsi, pur “spogliandosi del tutto”, mostrandoci tutto ciò accade realmente e metaforicamente, il crepuscolo si “veste” comunque, e ci accompagna, ci guida in ogni verso con gli “aspetti” che succedono nella nostra vita.

“Al crepuscolo, quante cose accadono al crepuscolo, /quando i sette colori si dissolvono diventando uno, /quando sulla Terra, tutto inizia a perdere i tratti, /mentre il brivido dell’aria, dell’anima ci ricorda che /su questa terra non ci saremo per sempre.”

Il crepuscolo scioglie i confini, fonde i colori, e in quel disfacimento si fa spazio alla coscienza della mortalità.
L’autore Halili fa si che l’aria e l’anima vibrassero insieme: l’esterno e l’interiore si uniscono per ricordarci che siamo solamente temporanei in questa vita terrena.

“Perciò ci accendiamo e ci illuminiamo da dentro, /dentro eccheggiamo come il mare nella tempesta, /mentre il crepuscolo ci avvolge come un recinto senza uscita /con cerchi d’ombre, stringimenti di desideri…”

In questi versi il lettore concepisce subito la reazione umana dell’autore, il quale ci indirizza verso quella in generale, con la consapevolezza del raggiungimento dello stato luminoso interiore.
“Il mare in tempesta” trasmette l’intensità del sentire oltre lo spazio illimitato, mentre il crepuscolo diventa un recinto, un luogo chiuso di ombre, quasi una prigione di emozioni e desideri.

“Io le pieghe dei suoi lembi attendo/
e faccio un abito crepuscolare/ sciogliendomi in esso…”

Qui Halili si fonde con il crepuscolo: lo indossa, lo attende come si attende un amante.
In questi versi, l’abito crepuscolare non è solo una metafora estetica, ma un desiderio di trasformarsi in qualcosa di magico, e perché no, sperando nel suo cambiamento totale, scomparendo dove può trovare inquietudine.

“…io in un angolo irraggiungibile /ranicchiato dentro me stesso mi trovo /tra suoli d’ombre, nebbie di ricordi…”

Scivolando nella solitudine. Ranicchiato, al crepuscolo (vita – esistenza tetra), l’autore trova il suo rifugio isolato con la sua malinconia e i suoi rimpianti, annebbiati nell’oblio.

“tu mi risvegli tutte le tristezze, tutti i tormenti,
tutte le anime dei miei soppressi anche,
nel tuo velame d’argento
la mia terra natale vedo…”

Qui il tono dell’autore Halili si fa più potente e grave. Il crepuscolo è il momento in cui ritornano i fantasmi del passato non solo dell’autore, ma delle ingiustizie ovunque e dei morti “senza lapidi”. La terra natale “che corre folle” tra i secoli è il verso centeale di tutta questa poesia direi: è il ritratto di un popolo intero che soffre senza tregua.

“Ma al crepuscolo, iniziano tutti i tradimenti del mondo… /…si conficcano nei popoli, /
che si conficcano nei corpi…”

Nonostante ciò, ruotando in esso, Halili ci ferms sul punto di rottura, proprio da dove ciò inizia:
dal scenario del crepuscolo che si prepara con l’ombra della violenza, assumendo tradimenti, inganni e guerre. Ciò lo finalizzano i mitici “cavalli di legno” (Troia), purché parlano del presente.

“…le passioni prendono fuoco /crescono e afferrano proporzioni cosmiche, /perché la Terra non le contiene più.

I versi diventano culmine emotivo e cosmico. Il crepuscolo, che era silenzio e dissoluzione, ora esplode ininterrotamente, perché tutta la poesia di Halili è densa, stratificata, lirica che alterna momenti di dolcezza a punte drammatiche, legando il vissuto personale al destino di chiunque altro.

LE MADRI

“Le madri, /come i campi di fiori, /come i campi di grano, /ai quali si fa il pane,
e sorridono le labbra…
è un’apertura che introduce subito la figura centrale: quella della madre. Paragonandola con “i campi di fiori” e “i campi di grano”, in cui appare la fertilità, la bellezza e l’abbondanza, Halili descrivee la madre in modo che verrebbe vista come terra che dona, nutre e accoglie. Il riferimento al pane, (alimento base e universale) rinforza l’essenza di questo concetto. Le madri, come i campi, non solo sostengono la vita, ma la rendono anche più dolce, come indicato nel verso finale con “sorridono le labbra”.

“Le madri, coloro divine /che la vita seminano nei sogni, /la vita concepiscono con gli occhi,
la vita in grembo crescono, /la vita sulle spalle portano, /la vita scaldono con l’anima, /alla vita danno vita, /fino all’eternità…

Halili chiude la poesia con un’esclamazione sospesa, quasi un sospiro. Egli non aggiunge altro, perché ha già detto tutto riguardo a queste figure divine, figure quasi sacre, insostituibili, anche se sa benissimo che non basterebbero milioni di versi a esprimere verso essi, la sua madre anche, la nostalgia, la gratitudine: (ah, le madri…! )

La poesia: “Attimo Eterico”, breve ma intensa e visionaria, (lo stesso il titolo), Halili lo presenta come un momento sospeso tra cielo e terra, permeato da mistero e desiderio. Egli si muove e ondeggia su un piano e uno spazio profondamente incantevole, cosicché il lettore è incapace a staccarsi dalla lettura e della visione che essa porta e comporta.

“Con voci come le grida degli aironi mi parla”, Halili porta al lettore metafore e allegorie sonore dominanti direi: le grida degli aironi sono la comunicazione primordiale, che purché aspra e distante, richiama qualcosa di sacro o ultraterreno. Tale voce non consola, ma scuote.

“Come se scendesse dai sette cieli”

Poiché l’origine di questa voce sembra divina. I “sette cieli” rimandano a un’immagine cosmica, mistica, che potenzia la sacralità dell’attimo evocato.

Nel verso:
“Misteriosamente con il velo del silenzio ti avvolgi…”

Il silenzio è visto come un velo, qualcosa che nasconde ma anche protegge. L’attimo si presenta come un’entità enigmatica, femminile, e inafferrabile come: “La più invincibile fortezza”

Perché è in ciò che il silenzio dell’autore si trasforma: in una fortezza, rimanendo per l’ennesima volta distante, isolato senza dare impossibilità di accesso a nessuno. Halili non nega il potere però, perché non ci presenta un semplice momento, ma una condizione che domina sul dominio del silenzio.

“Quanto vorrei l’ingresso segreto trovarlo / per conquistare il silenzio – fortezza”

In egli c’è un desiderio profondo di superare questa barriera; in ricerca dell’assoluto o della verità nascosta, lui si rifugia di nuovo in un’intimità che sfugge.

“Insieme poter avvolgersi nel velo dell’ebbrezza / al calar della sera, che desideri ardenti accende…”

Avvolto nel silenzio, una volta penetrato a 360° gradi, per l’autore ciò diventa ebbrezza. Il calar della sera è il momento propizio per l’abbandono ai sensi, al desiderio, e alla fusione.

“E il tempo non partorisse più il mattino!”

Questo verso è quasi struggente: si desidera un eterno presente, una sospensione del tempo, per prolungare quell’attimo di fusione e mistero, evitando il ritorno alla realtà, rappresentato dall arrivo del mattino.

 LE POESIE:

VERSI CREPUSCOLARI

Con intreci di colori, fremiti d’ombre,
con silenzi crescenti, fioriture di desideri,
con lo spogliarsi vezzoso del giorno dalla luce,
arriva il Crepuscolo…
Al crepuscolo, quante cose accadono al crepuscolo,
quando i sette colori si dissolvono diventando uno,
quando sulla Terra, tutto inizia a perdere i tratti,
mentre il brivido dell’aria, dell’anima
ci ricorda che
su questa terra non ci saremo per sempre.
Perciò ci accendiamo e ci illuminiamo da dentro, dentro eccheggiamo come il mare nella tempesta,
mentre il crepuscolo ci avvolge come un recinto senza uscita
con cerchi d’ombre, stringimenti di desideri…

Io le pieghe dei suoi lembi attendo,
e faccio un abito crepuscolare, sciogliendomi in esso,
giocare con le sue vicende gloriose
e la sua anima questa notte mi piacerebbe,
poiché al crepuscolo, tutto si fa al crepuscolo…

Al crepuscolo, mentre la trasformazione magica del mondo avviene silenziosamente,
io in un angolo irraggiungibile,
ranicchiato dentro me stesso mi trovo
tra suoli d’ombre, nebbie di ricordi,
mentre i sogni appesi a un chiodo bramoso,
il vento dei miei luoghi gli oscilla…
Crepuscolo, né buio colmo, né luce luminosa,
tu mi risvegli tutte le tristezze, tutti i tormenti,
tutte le anime dei miei soppressi anche,
nel tuo velame d’argento
la mia terra natale vedo,
che folle, tra i tempi e gli anni corre,
per tutte le ingiustizie del Mondo che le hanno fatto
per i suoi morti senza lapidi…
Ma al crepuscolo, iniziano tutti i tradimenti del mondo,
al crepuscolo si costruiscono tutti i cavalli di legno,
al crepuscolo si rimboccano le maniche, si afferrano le asce
che si conficcano nei popoli,
che si conficcano nei corpi…

Al crepuscolo, quando la luce si rabuia e la notte con silenzio seduce,
si accendono i desideri, le passioni prendono fuoco
crescono e afferrano proporzioni cosmiche,
perché la Terra non le contiene più.
Con la Luna e le stelle iniziano a scontrarsi,
appena arriva il mattino,
con bagliore fuoco gli dà…
Al crepuscolo, quante cose accadono al crepuscolo…

LE MADRI

Le madri,
come i campi di fiori,
come i campi di grano,
ai quali si fa il pane,
e sorridono le labbra…

Le madri, coloro,
divine,
che la vita seminano nei sogni,
la vita concepiscono con gli occhi,
la vita in grembo crescono,
la vita sulle spalle portano,
la vita scaldono con l’anima,
alla vita danno vita,
fino all’eternità…

Le madri,
la stessa vita,
i sogni stessi,
loro,
le migliori,
le più belle,
le più dolci…

Le madri,
ah, le madri…!

ATTIMO ETERICO…

Con voci come le grida degli aironi mi parla
come se scendesse dai sette cieli,
misteriosamente con il velo del silenzio ti avvolgi,
la più invicibile fortezza.

Quanto vorrei l’ingresso segreto trovarlo
per conquistare il silenzio – fortezza,
insieme poter avvolgersi nel velo dell’ebbrezza
al calar della sera, che desideri ardenti accende…
E il tempo non partorisse più il mattino!

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Hekuran Safet Halili è nato a Konispol. Dopo aver completato gli studi, ha intrapreso la professione di ingegnere delle costruzioni, lavorando in numerose città del Paese, senza mai abbandonare la sua più grande passione: la scrittura. Ha iniziato a pubblicare le proprie opere fin dai tempi del liceo.

La sua produzione letteraria comprende raccolte di poesie, un romanzo, fiabe, racconti, miti e leggende della tradizione della Çamëria.

La creatività di Hekuran Halili è stata inclusa in numerose antologie albanesi ed è stata apprezzata con diversi riconoscimenti. Alcune delle sue opere sono state tradotte in varie lingue straniere e insignite di premi internazionali.

Attualmente è impegnato nella pubblicazione di un volume di racconti in lingua italiana e di una nuova raccolta poetica. È Presidente del Club dei Creatori Ioniani di Saranda in Albania.


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