La sottoscrizione da parte delle imprese di contratti a lungo termine e prezzo fisso; lo sblocco burocratico delle infrastrutture; la crescita della produzione elettrica nazionale per rispondere ai bisogni della domanda. Sono le tre strade per superare l’emergenza energetica secondo Salvatore Pinto, presidente di Elettricità Futura, associazione che rappresenta le imprese del settore che producono, distribuiscono e vendono elettricità.
Presidente iniziamo a inquadrare la questione spiegando qanto pesa il costo dell’elettricità sulla competitività delle aziende italiane rispetto ai principali concorrenti europei?
«Guardi, sul tema c’è molta confusione e bisogna fare delle distinzioni. Le grandi imprese energivore – a differenza delle famiglie che pagano le bollette – acquistano l’elettricità ai prezzi all’ingrosso che sono alti, ma giustamente ricevono agevolazioni a fronte dei servizi che rendono al sistema elettrico. Le Pmi hanno costi non dissimili dalle concorrenti tedesche anche se in media più alti delle corrispondenti francesi e spagnole, anche a causa di oneri di sistema più elevati. Però hanno a disposizione diversi strumenti per alleggerire i costi per l’elettricità. Occorre usarli, però».
«Si può fare anche subito. Basta ricorrere ai Ppa, gli accordi di acquisto di elettricità, e più in generale ai contratti a lungo termine già disponibili sul mercato. Sono soluzioni che utilizzano fonti rinnovabili o prezzi di mercato di lungo termine più favorevoli. Parliamo di soluzioni – diverse da quelle per i clienti residenziali – anche sotto i 100 euro al MWh di componente energia. Ci sono anche contratti per specifiche esigenze che, ad esempio, utilizzano l’energia solare per far pagare meno nelle ore diurne, esigenza diffusa tra i commercianti».
Come possono le aziende proteggersi dalla volatilità dei prezzi?
«Il contratto a prezzo fisso per definizione protegge dalla volatilità. È la soluzione più adatta a questo scopo. È il disaccoppiamento che tutti chiedono senza sapere che c’è già».
Torniamo ai contratti a lungo termine. Cosa possono fare le Pmi per accedere a questi strumenti?
«Per i Ppa a volte i volumi sono troppo piccoli, a volte la durata è troppo lunga. Una soluzione già in via di sviluppo che si potrebbe accelerare consiste nel realizzare una piattaforma con Ppa aggregati e garanzie sul rischio controparte centralizzate, in modo da far convogliare più imprese su un unico contratto. Ma anche per piccole imprese ci sono contratti a lungo termine del tutto simili ai Ppa e vantaggiosi rispetto ai prezzi di mercato».
Quali ostacoli stanno rallentando maggiormente gli investimenti in nuovi impianti?
«Gli ostacoli si chiamano burocrazia e politica. Oltre 4 mila progetti, circa 150 GW, sono in attesa di autorizzazione, di cui più di 55 GW fermi a livello regionale ma non solo. Pensi al paradosso del repowering, ossia del potenziamento di centrali già in funzione: chi chiede di sostituire le turbine di un parco eolico per avere un 20% in più di produzione sullo stesso sito spesso riceve un no. Eppure parliamo di impianti che esistono già. Servono procedure più rapide e tempi certi».
A proposito di politica energetica, a che punto è l’Italia rispetto agli obiettivi elettrici al 2030? Dove siamo più indietro e quali conseguenze avrebbero ulteriori ritardi per il sistema produttivo?
«A fine 2025 avevamo circa 79 GW di rinnovabili, il Pniec ne prevede 115-130 al 2030: servono 7-10 GW nuovi l’anno. Il nostro tasso degli ultimi anni è di 6-8, bisogna accelerare, perché l’Italia è un Paese che importa oggi circa il 16% dell’elettricità. Ma la domanda cresce e crescerà sempre di più: se non aumentiamo la produzione interna saremo sempre più vulnerabili di fronte a crisi climatiche e geopolitiche. Ma attenzione, ci sono due condizioni necessarie».
«Le rinnovabili vanno costruite dove servono, ossia vicino alla domanda di energia, altrimenti rischiano di essere poco efficienti. Bisogna poi integrarle con gli accumuli. Fare solo rinnovabili non basta».
Come proteggersi dalla stangata dovuta allo shock energetico?
«L’unica stangata che vediamo è quella sui carburanti, lo provano le proteste e i blocchi degli autotrasportatori. Ogni pieno costa decine di euro in più rispetto a un anno fa. Le bollette elettriche per le famiglie, al contrario, sono in linea con l’Europa, come certifica Eurostat, e non hanno subito variazioni significative: 50 centesimi al giorno nei casi peggiori di contratti indicizzati. Conti però che sul mercato libero più della metà delle famiglie, con punte di oltre l’80% nel caso di qualche operatore, ha contratti a prezzo fisso che permette loro di pagare ancora adesso tariffe precedenti alla crisi di Hormuz».
Però chi li sottoscrive ora paga di più, non crede?
«Non è detto. Nei contratti a prezzo fisso la componente energia è pari anche alla metà del prezzo dell’elettricità all’ingrosso e risulta così competitiva con Paesi spesso presi ad esempio, come la Spagna ricca di rinnovabili. Non è un caso se il mercato libero oggi è più conveniente perfino del regime di maggior tutela che dovrebbe difendere i più vulnerabili. Il settore sta facendo ogni sforzo per proteggere le famiglie e dare soluzioni alle imprese».
Quale ruolo dovranno avere gas e nucleare nel futuro sistema elettrico italiano? Come conciliare sicurezza degli approvvigionamenti, riduzione delle emissioni e tempi di realizzazione degli impianti?
«Il termoelettrico a gas resta una garanzia di sicurezza per il Paese mentre crescono le rinnovabili. Il nucleare, se i costi si riveleranno sostenibili, potrà permettere di diversificare il mix e ridurre la dipendenza dal gas, ma serviranno anni».
In merito a un tema molto dibattuto negli ultimi tempi, non solo in Italia, come valutate l’impatto di data center e intelligenza artificiale sulla domanda elettrica italiana?
«La domanda di elettricità di qui al 2035 è prevista in crescita del 28%. Ci sono i data center e l’Ai, certo. Ma presto arriveranno anche i robot umanoidi. Si assiste a una crescente elettrificazione dei consumi, a cominciare dalle automobili. È importante che a servire la nuova domanda sia energia elettrica prodotta in Italia, senza fare conto sull’importazione da Paesi che a loro volta avranno sempre più bisogno di elettricità. Occorre poi pianificare reti e connessioni, sottoscrivere contratti di lungo termine con i grandi consumatori».
Ci avviciniamo alla Manovra di bilancio, quali interventi chiedete al governo già nei prossimi mesi?
«Chiediamo soprattutto la giusta considerazione. Siamo il primo settore industriale per investimenti del Paese, rappresentiamo con l’indotto il 4,4% del Pil, diamo lavoro a quasi 600 mila persone. Alle giuste condizioni il settore elettrico si è già impegnato a investire fino a 200 miliardi aggiuntivi in dieci anni per dare un risparmio in bolletta fino a 20 miliardi l’anno a regime. In cambio chiediamo soprattutto regole stabili e nessuna nuova tassa per un settore che, tra aumento di due punti di Irap e anticipo degli oneri di sistema richiesti dal dl Bollette, ha già fatto ampiamente la sua parte».
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