di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Due decimali di Pil. È questa la distanza che separa, nelle stime del governo, l’Italia con la manovra dall’Italia senza: 0,8 per cento di crescita nel 2027 contro lo 0,6 che si avrebbe lasciando le cose come stanno. Una differenza piccola, quasi pedante, eppure dentro quei due decimali c’è la scommessa del Documento programmatico di bilancio trasmesso a Bruxelles nella notte tra il 14 e il 15 ottobre: dimostrare che anche in una stagione segnata dallo shock energetico e dalle guerre si può sostenere l’economia senza rinunciare alla serietà dei conti.
I numeri meritano di essere guardati con attenzione. La manovra vale 23,5 miliardi lordi, circa lo 0,98 per cento del prodotto interno, con un impatto netto sui saldi dello 0,54. Alle imprese vanno 3,4 miliardi, una cifra che non farà gridare al miracolo ma che si accompagna a scelte qualitative tutt’altro che banali. Il rafforzamento dell’iperammortamento, con un’attenzione specifica agli investimenti destinati a ridurre i consumi energetici e a migliorare l’efficienza, coglie esattamente il punto dolente di questi mesi. L’estensione della maxi deduzione a software e servizi cloud riconosce, finalmente, che la digitalizzazione di una piccola azienda non passa soltanto dall’acquisto di un macchinario ma da programmi gestionali, piattaforme, archivi in rete. L’ampliamento degli strumenti legati alla Zes economica, oggi concentrati nel Mezzogiorno, conferma che la semplificazione autorizzativa e il credito d’imposta sugli investimenti hanno funzionato abbastanza da meritare di essere estesi.
C’è poi un dato che passa quasi inosservato e che invece racconta molto. Il debito pubblico è stimato al 138,1 per cento del Pil nel 2026, sotto il 138,6 previsto in primavera. Il deficit salirà al 3,4 per cento nel 2027, ma per effetto della clausola nazionale di salvaguardia che la Commissione europea, l’8 ottobre, ha raccomandato di concedere all’Italia per le spese in energia e difesa: al netto di quella clausola, il disavanzo resterebbe stabilmente sotto la soglia del 3 per cento. Non è un dettaglio contabile. Significa che il Paese chiede flessibilità per fronteggiare un’emergenza riconosciuta da tutti i partner, non per finanziare la spesa corrente. È una differenza che i mercati sanno leggere, e che si riflette sul costo del debito, dunque sul costo del denaro per le famiglie e per le imprese.
Qualcuno obietterà che la manovra è prudente fino alla timidezza, e che le richieste avanzate nelle settimane scorse dalle diverse componenti della maggioranza erano ben più ambiziose. È vero. Ma la storia economica italiana degli ultimi trent’anni insegna che le leggi di bilancio generose sono spesso quelle che si pagano più care negli anni successivi. Chi fa impresa conosce il valore della prevedibilità: un incentivo modesto ma stabile vale più di un bonus spettacolare che scompare dopo dodici mesi, costringendo a rifare piani e preventivi. Se la scelta di concentrare le risorse su pochi strumenti, e di renderli strutturali, verrà confermata nel testo della legge, avremo fatto un passo nella direzione giusta.
Resta, naturalmente, un percorso da completare. Il Documento programmatico è una cornice, non ancora un articolato, e la definizione puntuale delle misure dipenderà dal negoziato con Bruxelles sul perimetro della clausola, atteso a novembre. I dettagli contano: criteri di accesso semplici, tempi certi per il riconoscimento dei crediti, procedure che una ditta di dieci dipendenti possa gestire senza dover ricorrere a tre consulenti. Su questo terreno si misurerà la reale utilità della manovra per le piccole e medie imprese, che rappresentano la quasi totalità del tessuto produttivo e che troppo spesso restano escluse da agevolazioni pensate, nei fatti, per i grandi gruppi.
Occorre guardare a a questo impianto con fiducia. Investimenti in efficienza energetica, digitalizzazione, sviluppo del Sud, conti in ordine: sono le parole che da anni indichiamo come priorità. Ora chiediamo al governo e al Parlamento di custodirle nel passaggio dalle intenzioni alla norma, resistendo alla tentazione di disperdere le risorse in mille rivoli. Due decimali di crescita non cambiano il destino di un Paese. Ma possono essere l’inizio di una traiettoria, se diventano un metodo.
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