Intelligenza artificiale: quando l’algoritmo sbaglia, la responsabilità resta umana


L’innovazione tecnologica corre veloce, ma il diritto è chiamato a garantire che dietro ogni decisione automatizzata vi sia sempre un responsabile. La vera sfida del nostro tempo, quindi, è conciliare progresso, tutela dei cittadini e certezza del diritto.

L’intelligenza artificiale non rappresenta più una promessa del futuro, invero trattasi ormai di  una presenza stabile nella quotidianità di milioni di persone, decidendo quali contenuti leggiamo, suggerndo diagnosi mediche, supportando i magistrati nella consultazione della giurisprudenza, selezionando curricula, concedendo prestiti bancari, regolando il traffico cittadino e per finire assistendo professionisti, imprese e pubbliche amministrazioni.

All’ uopo la domanda che oggi giuristi, legislatori e cittadini si pongono è tanto semplice quanto decisiva:

chi risponde quando l’intelligenza artificiale sbaglia?

È una domanda che investe il diritto, l’etica, la tecnologia e perfino la filosofia, perché l’intelligenza artificiale, pur essendo sempre più sofisticata, non possiede coscienza, volontà né capacità giuridica.

L’IA non è un soggetto di diritto

Occorre allora chiarire un principio fondamentale: l’intelligenza artificiale non è una persona, non può essere citata in giudizio, non può essere condannata, né può risarcire un danno.

L’algoritmo resta uno strumento, seppur estremamente complesso, creato, addestrato e utilizzato da esseri umani.

Dietro ogni sistema intelligente esistono sviluppatori, aziende produttrici, fornitori di dati, gestori della piattaforma e utilizzatori finali.

La responsabilità giuridica continua quindi a ricadere sulle persone fisiche o giuridiche coinvolte nel ciclo di vita del sistema.

Un nuovo diritto per una nuova tecnologia

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha costruito un articolato quadro normativo destinato a governare l’intelligenza artificiale.

Il fulcro è rappresentato dal nuovo AI Act, primo regolamento al mondo che disciplina in modo organico lo sviluppo e l’impiego dei sistemi di IA secondo un approccio basato sul rischio.

La logica è alquanto chiara, maggiore è il rischio che un sistema possa incidere sui diritti fondamentali delle persone, maggiori saranno gli obblighi imposti a produttori e utilizzatori.

I sistemi destinati alla sanità, alla giustizia, al credito, all’istruzione, alle assunzioni o alla sicurezza pubblica saranno soggetti a controlli molto rigorosi.

L’obiettivo non è rallentare l’innovazione, bensì renderla affidabile.

Per quanto concerne gli errori dell’intelligenza artificiale bisogna precisare come

l’errore di un sistema intelligente può assumere forme molto diverse, infatti un algoritmo sanitario può  formulare una diagnosi errata, un software bancario può discriminare inconsapevolmente alcuni richiedenti,  un sistema di guida autonoma può provocare un incidente, un chatbot può diffondere informazioni inesatte.

Ancora una piattaforma può eliminare contenuti perfettamente leciti.

Pertanto In tutti questi casi il danno non deriva da una scelta umana immediata, ma da una decisione automatizzata.

Ed è proprio questa apparente “autonomia” a rendere complesso individuare il responsabile.

Una responsabilità distribuita

La responsabilità potrebbe quindi coinvolgere diversi soggetti contemporaneamente,

Il produttore del software, qualora l’errore derivi dalla progettazione, cioè lo sviluppatore dell’algoritmo,

l’azienda che ha addestrato il modello con dati incompleti o distorti.

L’organizzazione che utilizza l’intelligenza artificiale senza adeguata supervisione.

Perfino l’utente, se impiega il sistema in modo improprio.

Non esiste quindi una risposta valida per ogni situazione.

Ogni caso richiederà una valutazione concreta delle cause del danno e dei comportamenti tenuti dai diversi soggetti coinvolti.

L’importanza del controllo umano

Uno dei principi cardine della normativa europea è il cosiddetto human oversight, cioè la supervisione umana.

L’intelligenza artificiale non dovrebbe mai assumere decisioni irreversibili senza che una persona possa verificarne il funzionamento, correggerne gli errori o interromperne l’azione.

È il riconoscimento di un principio giuridico antico quanto il diritto stesso:

la tecnologia può assistere l’uomo, ma non può sostituirne completamente la responsabilità, la trasparenza e spiegabilità

Un altro nodo centrale riguarda la trasparenza.

Molti sistemi di IA funzionano come vere e proprie “scatole nere”: forniscono una risposta, ma non spiegano il percorso logico seguito.

Questo crea enormi difficoltà processuali.

Come dimostrare che una decisione automatizzata sia stata discriminatoria?

Come contestare un algoritmo che nessuno riesce realmente a comprendere?

La futura evoluzione normativa europea mira proprio a rafforzare gli obblighi di documentazione, tracciabilità e spiegabilità degli algoritmi, affinché il cittadino possa esercitare pienamente il proprio diritto di difesa.

Una questione etica prima ancora che giuridica

Il problema della responsabilità dell’intelligenza artificiale non riguarda esclusivamente tribunali e avvocati, coinvolge l’intera società.

Ogni algoritmo incorpora inevitabilmente scelte progettuali, criteri di selezione dei dati, priorità e valori.

L’idea di una tecnologia completamente neutrale appartiene ormai più al mito che alla realtà.

Per questo motivo la governance dell’intelligenza artificiale dovrà fondarsi non soltanto sulla legalità, ma anche su principi etici condivisi: dignità della persona, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità e rispetto dei diritti fondamentali.

Il futuro del diritto nell’era degli algoritmi

L’intelligenza artificiale continuerà a evolversi con una velocità senza precedenti.

Il diritto, per sua natura, procede con tempi più lenti.

La sfida dei prossimi anni sarà evitare che il progresso tecnologico corra molto più velocemente delle garanzie offerte ai cittadini.

La vera domanda, forse, non è se l’intelligenza artificiale possa sbagliare, sappiamo già che può farlo la  questione decisiva è un’altra:

saremo noi capaci di costruire un sistema nel quale ogni errore trovi sempre un responsabile e ogni innovazione resti al servizio della persona?

Solo mantenendo l’essere umano al centro della rivoluzione digitale sarà possibile trasformare l’intelligenza artificiale in uno strumento di crescita e non in una fonte di nuove disuguaglianze. Perché la fiducia nella tecnologia nasce non dalla sua infallibilità, ma dalla certezza che il diritto continui a tutelare la persona, anche quando a decidere è un algoritmo.

A cura di Ciro Salice


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