Le pensioni sono un tasto dolente del welfare tedesco, da anni oggetto di dibattiti, tanto sul tema del calcolo degli importi quanto della tutela delle categorie più fragili. Allo stato attuale delle cose, stabilire a quanto ammonta la pensione minima in Germania non è semplice. Il sistema pensionistico obbligatorio tedesco non prevede infatti un importo minimo garantito: quanto un lavoratore percepirà una volta in pensione dipende esclusivamente dai contributi versati nel corso della vita lavorativa e dalla durata di tale versamento. Per chi ha lavorato a lungo pur con una retribuzione contenuta e rischia di trascorrere la vecchiaia sotto la soglia di povertà, tuttavia, esiste un correttivo: la Grundrente, ovvero la pensione di base, un’integrazione automatica pensata per chi può vantare almeno 33 anni di contributi. A chi, nonostante tutto, non riesce a sostenersi con la propria pensione, resta la strada della prestazione statale di sostegno di base per gli anziani, disciplinata dal libro XII del codice sociale tedesco e richiedibile presso l’ufficio di assistenza sociale del proprio comune. L’ente pensionistico tedesco, la Deutsche Rentenversicherung, mette a disposizione un calcolatore ufficiale online, mentre il Ministero del lavoro e degli affari sociali raccoglie sul proprio sito i chiarimenti più dettagliati sulla materia.
Chi ha diritto a richiedere la pensione minima in Germania e a quanto ammonta percentualmente?
Il calcolo è piuttosto complicato e sapere a quanto ammonta la pensione minima, dopo l’integrazione con la “Grundrente” non è affatto facile. La logica della Grundrente è quella di premiare chi ha lavorato tutta la vita, anche se con una remunerazione bassa. Nel calcolo complessivo entrano anche gli anni dedicati all’accudimento dei figli o all’assistenza ai familiari, ovvero quei lavori di cura che si fanno senza percepire alcun compenso. I dati mostrano, proprio in ragione di queste considerazioni, una distribuzione piuttosto sbilanciata: circa tre quarti degli aventi diritto sono donne, e i cittadini della Germania orientale ne usufruiscono in proporzione superiore alla media. Complessivamente, circa 1,4 milioni di pensioni ricevono oggi questo supplemento, pari a circa il 5,4% dei 26 milioni di trattamenti pensionistici erogati dall’assicurazione obbligatoria.
Due condizioni delimitano l’accesso alla maggiorazione. In primo luogo, occorrono anzitutto almeno 33 anni di periodi contributivi di base, in secondo luogo, il valore medio dei punti retributivi (Entgeltpunkte, EP) maturati nei cosiddetti periodi di valutazione non deve superare determinate soglie. Con 35 anni o più di contribuzione, il tetto corrisponde all’80% della retribuzione media di tutti gli assicurati tedeschi, tra 33 e 35 anni, il limite parte dal 40% e cresce progressivamente.
I 33 anni si calcolano considerando solo specifici periodi di attività e versamento dei contributi, secondo un sistema di punti. Vi riantrano, per esempio, i periodi di lavoro dipendente soggetti a contribuzione obbligatoria, quelli di formazione professionale assicurata, il lavoro autonomo con obbligo assicurativo (per legge o su richiesta), le fasi di malattia o riabilitazione con relativa indennità, l’educazione dei figli e l’assistenza non professionale a familiari, i minijob con versamento contributivo autonomo, i periodi riconosciuti dalla legge sulle pensioni estere, il servizio militare e alcuni periodi sostitutivi legati alla storia bellica e politica tedesca.
Restano invece esclusi i periodi di disoccupazione, gli anni di istruzione scolastica o universitaria, i periodi successivi all’avvio di una pensione di vecchiaia, i mesi derivanti dalla ripartizione di diritti pensionistici tra coniugi, i contributi versati volontariamente, i minijob privi di contribuzione autonoma, i periodi di attribuzione legati a pensioni di invalidità o reversibilità, e le fasi di cura o assistenza non riconosciute ai fini pensionistici, come quelle precedenti al 1992.
Un ulteriore filtro riguarda i cosiddetti periodi di valutazione: solo quelli con un valore di almeno 0,3 punti retributivi annui, cioè il 30% della retribuzione media nazionale, entrano nel calcolo della maggiorazione. Chi resta sotto questa soglia vede comunque riconosciuto l’anno ai fini del requisito dei 33 anni minimi, ma non ai fini dell’importo del supplemento.
Figli, assistenza familiare e lavoro autonomo
L’educazione dei figli pesa in modo significativo: fino a tre anni per ciascun figlio vengono conteggiati come periodi contributivi, insieme al periodo di considerazione che si estende fino al decimo compleanno del figlio più giovane. Con dieci anni di distanza tra il primo e l’ultimo figlio, per fare un esempio, si possono così accumulare fino a 20 anni utili solo per questa via. Anche l’assistenza non professionale a familiari, se accompagnata dal versamento di contributi da parte della cassa di assistenza, rientra nel computo dal 1995, con la possibilità, per un periodo transitorio, di far valere retroattivamente anche gli anni dal 1992.
Chi lavora in proprio non resta escluso a priori. Alcune categorie, come artigiani e insegnanti, sono soggette a obbligo contributivo per legge. Altri lavoratori autonomi possono iscriversi volontariamente all’assicurazione obbligatoria. In entrambi i casi, tali periodi contano ai fini della pensione di base, mentre i versamenti puramente volontari restano esclusi: ammetterli aprirebbe la porta a chi può permettersi di “comprare” il diritto alla maggiorazione, snaturando lo scopo della norma, ossia rendere conveniente nel tempo il versamento obbligatorio dei contributi.
Come si calcola l’importo della maggiorazione
Il meccanismo di calcolo parte dal valore medio dei punti retributivi maturati nei periodi di valutazione validi. Se tale media supera 0,8 EP, il diritto al supplemento non sussiste. Se resta sotto questa soglia, il valore viene raddoppiato fino a un massimale che varia in base agli anni di contribuzione: 0,8 EP per chi ha 35 anni o più, una scala crescente dal 40% all’80% per chi si colloca tra 33 e 35 anni.
Il valore così ottenuto viene moltiplicato per un fattore di equivalenza pari a 0,875, calcolato su un massimo di 35 anni: più alto è il contributo versato individualmente, maggiore risulta la pensione complessiva. Il prodotto finale, moltiplicato per il valore attuale della pensione, pari a 40,79 euro dal 1° luglio 2025, identico nei vecchi e nei nuovi Länder, restituisce l’importo lordo della maggiorazione.
Facciamo un esempio numerico, mutuato direttamente dal sito del Ministero. Una commessa con 39 anni di contribuzione obbligatoria e un valore medio di 0,6 EP percepisce, da luglio 2025, una pensione base di circa 954 euro lordi (39 x 0,6 x 40,79). Avendo superato i 35 anni contributivi, il suo massimale è 0,8 EP: la differenza rispetto al valore medio (0,8 – 0,6 = 0,2 EP) viene moltiplicata per il fattore 0,875, ottenendo 0,175 EP annui. Applicando questo valore su 35 anni e moltiplicandolo per 40,79 euro, il supplemento ammonta a circa 250 euro. La pensione complessiva lorda raggiunge così circa 1.204 euro. Va precisato che questa integrazione può ridursi qualora il reddito complessivo superi le franchigie previste.
In media, il supplemento erogato si attesta intorno ai 97 euro lordi, ma la forbice è ampia: un’ingegnere civile rimasta disoccupata dopo la caduta del Muro, con 39 anni di contributi e una pensione di 880 euro, arriva a 1.110 euro grazie a una maggiorazione di 230 euro; un operaio non qualificato, assicurato per 42 anni ma con lunghi periodi di disoccupazione e una retribuzione media pari solo al 32% di quella nazionale, vede la propria pensione salire da 505 a 559 euro con un supplemento di 54 euro.
Per la sola verifica dei 33 anni minimi contano anche i periodi maturati fuori dalla Germania, purché all’interno dell’Unione europea, in Svizzera, Norvegia o Regno Unito, oppure in Stati con cui esiste un accordo bilaterale di sicurezza sociale equivalente (restano esclusi Stati Uniti e Turchia). L’importo della maggiorazione, però, si calcola sempre e soltanto sui periodi maturati in territorio tedesco. Nel 2026, perché un periodo lavorativo entri nel calcolo del supplemento, la retribuzione lorda mensile deve raggiungere almeno 1.298,60 euro, corrispondente al 30% del reddito medio mensile provvisorio di 4.328,67 euro; su base annua, la soglia si ferma a 15.583,20 euro lordi.
Che cosa succede se il reddito complessivo è più alto?
Se il calcolo vi appare complicatissimo è perché lo è. La buona notizia, però, è che la pensione di base non richiede una domanda di sussidio in senso stretto: l’ente previdenziale verifica in modo largamente automatico se il diritto sussiste, incrociando i propri dati con quelli dell’amministrazione fiscale. Chi non riceve alcuna comunicazione può presumere di non avere diritto al supplemento, ma, se si ritiene di aver diritto alla maggiorazione e di non averla ricevuta, resta comunque possibile presentare una richiesta di verifica direttamente all’ente pensionistico o contattare il numero verde 0800 1000 4800, attivo dal lunedì al giovedì dalle 8 alle 19 e il venerdì fino alle 15:30.
A differenza del sostegno di base per la vecchiaia, che è pensato per le persone indigenti, la Grundrente non richiede una prova formale dello stato di bisogno. È però orientata al reddito effettivo: viene considerato non solo quello del beneficiario, ma anche quello del coniuge o convivente, calcolato sul reddito imponibile dell’anno precedente o, se non ancora disponibile, di due anni prima. Il patrimonio, compresa la proprietà immobiliare, resta fuori dal calcolo. I proventi da locazione, invece, vi rientrano.
Le franchigie applicate nel 2026 fissano la soglia di reddito esente da calcolo a 1.492 euro mensili per le persone sole e 2.327 euro per le coppie. Oltre questi importi, il 60% del reddito eccedente viene sottratto al supplemento, fino a una seconda soglia: 1.909 euro per i single, 2.744 euro per le coppie. Superata questa, l’intera eccedenza viene detratta. Facciamo un altro esempio: se si ha diritto a un supplemento della pensione pari a 368 euro e si ha un reddito imponibile che ammonta a 2.000 euro mensili, la riduzione complessiva (250 euro per la fascia intermedia, 91 euro per quella superiore) porta l’importo effettivo a soli 27 euro. Per una coppia con supplemento di 343 euro e reddito di 2.800 euro mensili, il meccanismo analogo lo riduce a 37 euro.
Il supplemento alla pensione minima, va segnalato, è esente da imposta dal 1° gennaio 2021, per effetto della legge fiscale annuale del 2022, mentre la pensione ordinaria resta soggetta a tassazione. Chi risiede all’estero deve comunicare direttamente all’ente previdenziale i propri redditi, poiché in questi casi lo scambio automatico di dati con il fisco tedesco non è praticabile e, senza tali informazioni, il supplemento non può essere erogato, pur restando dovuto anche a chi vive fuori dai confini nazionali.
Che cosa succede se si ricevono altre prestazioni sociali?
Chi ha maturato 33 anni di periodi contributivi di base o equivalenti, pur trovandosi in condizioni di indigenza, ha diritto a una franchigia aggiuntiva nel calcolo del reddito ai fini della sicurezza sociale di base per la vecchiaia, dell’aiuto al sostentamento o dell’aiuto integrativo previsto dal diritto alla compensazione sociale. Questa agevolazione non presuppone che il beneficiario riceva già la pensione minima: basta aver maturato 33 anni contributivi, anche sommando periodi maturati in regimi previdenziali diversi, come l’assicurazione obbligatoria e la previdenza agricola. Ne beneficiano anche i titolari di pensione di reversibilità, se in stato di bisogno e con i requisiti contributivi soddisfatti da loro stessi o dal coniuge deceduto.
L’importo della franchigia esclude dal calcolo 100 euro mensili della pensione legale, più il 30% della quota eccedente tale cifra, fino a un tetto pari al 50% del livello 1 del fabbisogno standard — 281,50 euro al mese dal 1° gennaio 2024. Chi ritiene di avere diritto a una prestazione sociale grazie a questa franchigia deve comunque presentarne domanda formale all’ente competente: il beneficio decorre solo dal mese di presentazione, anche se un successivo accertamento dei 33 anni contributivi può portare a un riesame retroattivo.
Una franchigia analoga si applica al sussidio per l’alloggio, riformato in modo sostanziale dal 1° gennaio 2023: gli aventi diritto sono passati da 600.000 a circa due milioni di nuclei familiari, con importi medi raddoppiati e l’introduzione di componenti dedicate alle spese di riscaldamento e alla transizione energetica. Per chi vanta 33 anni di contributi di base, dal reddito annuo del nucleo familiare vengono sottratti almeno 1.200 euro, più il 30% dell’eventuale eccedenza, sempre entro il limite di 3.378 euro annui (281,50 euro x 12).
Come si finanzia la pensione di base in Germania?
Diversamente dalle pensioni ordinarie, finanziate dai contributi versati dai lavoratori attivi, la Grundrente attinge alle entrate fiscali generali. Il finanziamento tramite fiscalità generale consente di erogare la maggiorazione senza gravare ulteriormente sul sistema contributivo dell’assicurazione pensionistica obbligatoria, che resta il pilastro principale della previdenza per la vecchiaia in Germania.
Che cosa succederà con la prossima riforma?
La Commissione per la previdenza pensionistica ha presentato 33 raccomandazioni per la riforma a lungo termine del sistema pensionistico in Germania, con l’obiettivo di operare riforme significative nel campo della previdenza pensionistica pubblica, aziendale e privata.
Le proposte principali riguardano una pensione a capitalizzazione prevista dalla legge, l’ampliamento della base degli assicurati e adeguamenti dell’età pensionabile.
Il rapporto è stato consegnato il 23 giugno 2026 al Ministero del Lavoro e degli Affari sociali. La ministra Bärbel Bas ha annunciato di voler attuare le raccomandazioni nella misura più completa possibile.
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Redazione Il Mitte
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