quando la politica muore e sopravvive solo il potere”


C’è un momento in cui una democrazia smette di degradarsi lentamente e comincia a normalizzare ciò che dovrebbe scandalizzare. È il momento in cui le leggi cessano di essere strumenti al servizio dell’interesse generale e diventano semplici fiches sul tavolo di una trattativa politica.

Le ricostruzioni circolate in questi giorni sul confronto interno alla maggioranza raccontano proprio questo scenario: una possibile disponibilità a cedere sulle intercettazioni in cambio di un via libera sulla legge elettorale. Se questa fosse davvero la logica, non saremmo davanti alla fisiologia del compromesso parlamentare, ma a qualcosa di profondamente diverso.

Qui non si cerca una sintesi su uno stesso problema. Qui si mettono in vendita i principi. Una legge che riguarda i diritti dei cittadini e una riforma che decide come quei cittadini eleggeranno i propri rappresentanti diventerebbero moneta di scambio. Tu voti la mia riforma, io ritiro la mia norma. Tu mi lasci campo libero oggi, io ti restituisco il favore domani.

Questa non è politica. È mercanteggiamento istituzionale. E la trasformazione del Parlamento in un mercato dove non conta il merito delle leggi, ma il prezzo che ciascuna può valere nella contrattazione tra partiti. Ed è ancora più grave che tutto ciò venga raccontato con la serenità di chi considera queste pratiche perfettamente normali. Persino parte del giornalismo ne parla con un’alzata di spalle, come se fosse inevitabile. È il sintomo più inquietante: non tanto il possibile baratto, quanto l’assuefazione al baratto.

Ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi alla destra. Perché la sinistra italiana non ha alcuna superiorità morale da rivendicare. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle sembrano aver trasformato l’indignazione in uno strumento da usare soltanto quando produce consenso. Denunciano ciò che conviene denunciare. Tacciono quando parlare rischia di disturbare equilibri politici, amicizie o convenienze elettorali.

L’indignazione è diventata selettiva. E un’indignazione selettiva non è più indignazione. È propaganda. Il Molise rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa doppiezza. Per anni si sono riempite piazze e social network di accuse contro gli sprechi, contro gli eventi pagati con denaro pubblico, contro le iniziative considerate strumenti di consenso. Oggi, davanti a concerti gratuiti per il pubblico ma costosissimi per le casse pubbliche, davanti a scelte che molti giudicano lontane dagli obiettivi della Strategia Nazionale per le Aree Interne, improvvisamente cala il silenzio.

La SNAI parlava di servizi, infrastrutture, scuole, sanità, mobilità, sviluppo stabile. Oggi troppo spesso si preferisce investire in eventi che durano una sera e lasciano il giorno dopo gli stessi problemi di sempre. La domanda è inevitabile. Dove sono finiti quelli che fino a ieri gridavano allo scandalo? Dove sono finite le manifestazioni, i comunicati, le conferenze stampa? Dove sono finite le bandiere della coerenza?

La risposta è semplice e amara. Sono finite dove finiscono quasi sempre le grandi parole della politica: sotto il peso della convenienza. Nel frattempo continua la rappresentazione. Ci si insulta davanti alle telecamere. Ci si accusa reciprocamente di essere il male assoluto. Ci si definisce impresentabili.

Poi, lontano dai riflettori, i rapporti tornano improvvisamente cordiali. Chi era il nemico diventa interlocutore. Chi era l’avversario diventa improvvisamente indispensabile. Si costruiscono carriere denunciando un sistema del quale, appena possibile, si entra a far parte.
Persino figure pubblicamente demonizzate vengono cercate quando occorre una mediazione, un intervento istituzionale o un favore amministrativo. Non c’è nulla di scorretto nel rivolgersi a un rappresentante eletto per attività che rientrano nel suo ruolo; ciò che alimenta il disincanto è il contrasto tra la durezza delle accuse pubbliche e la disinvoltura dei comportamenti privati.

Questa non è soltanto incoerenza.
È il fallimento culturale della politica.

Fuori dal palazzo esiste il linguaggio dell’odio. Dentro il palazzo esiste il linguaggio della convenienza. E in mezzo restano i cittadini. Quelli che continuano a credere alle parole. Quelli che ancora pensano che gli scontri siano reali. Quelli che immaginano che qualcuno combatta davvero per un’idea.
La verità è che troppo spesso il conflitto termina davanti a un pranzo, a una cena o a una stretta di mano. Il resto è comunicazione.

La politica ha perso la propria nobiltà quando ha smesso di educare il consenso e ha iniziato semplicemente a gestirlo.
Ha perso credibilità quando ha sostituito la competenza con la propaganda.

Ha perso autorevolezza quando ha trasformato l’etica in uno slogan elettorale.
Oggi il problema non è soltanto una maggioranza che, secondo alcune ricostruzioni, tratta le leggi come merce di scambio. Il problema è un’intera classe politica che sembra aver dimenticato che le istituzioni non appartengono ai partiti. Appartengono ai cittadini.
Nessuno può continuare a proclamarsi diverso mentre ripete gli stessi comportamenti che ieri denunciava. Nessuno può invocare moralità soltanto quando siede all’opposizione e dimenticarla appena intravede una convenienza.

La politica italiana sembra ormai aver sostituito il coraggio con il calcolo, la coerenza con l’opportunismo, la visione con il marketing.
E quando una democrazia arriva al punto in cui tutto è negoziabile, tutto è giustificabile e tutto diventa comunicazione, resta soltanto una domanda.

Chi rappresenta ancora davvero i cittadini?
Perché una politica che tratta le leggi come merce, l’indignazione come uno strumento di propaganda e il consenso come un investimento da amministrare non sta semplicemente attraversando una crisi.

Sta certificando la propria bancarotta, ma garantendo la propria rappresentazione di lauto perbenismo.

A cura di Maurizio Varriano


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