Indagine e riflessione sui sistemi educativo ed educante


Reputo che ci sia una crepa silenziosa che attraversa il tessuto sociale contemporaneo, una sorta di corto circuito educativo che troppo spesso però si sceglie di ignorare. A portarlo alla luce con lucidità e coraggio è stata nei giorni scorsi una voce attendibile in quanto vicina alla realtà quotidiana. Si tratta di una madre, prima ancora che docente ed educatrice, capace di cogliere con profonda oculatezza una dinamica tanto complessa quanto trascurata.

Leggendo le sue parole non troviamo la comoda ricerca di un capro espiatorio tra le nuove generazioni ma, con uno ampliamento del punto di vista, il coraggio di spostare l’obiettivo sul vero punto cieco del nostro tempo. Attraverso la sua analisi, fondata sul disagio di un margine educativo in cui chi dovrebbe guidare finisce per smarrirsi, si apre uno spazio di riflessione improcrastinabile. Questo breve pezzo nasce dal desiderio di accogliere quella “provocazione” e di approfondirne le radici, muovendosi attraverso una lettura socio-psico-criminologica che interroga non solo il mondo dei giovani, ma soprattutto le responsabilità, le fragilità e gli esempi offerti dal mondo degli adulti.

La riflessione sul disagio educativo contemporaneo e sulla deriva aggressiva degli adulti ci impone di scavare a fondo a questo fenomeno. Per tale ragione, tento di fornire alcuni punti chiave che, a mio avviso, potrebbero contribuire a comporre una lettura della crisi sistemica.

Vorrei partire dalla perdita di autorevolezza e dal ribaltamento dei ruoli tradizionali tra chi guida (e dovrebbe essere d’esempio) e chi viene guidato (e dovrebbe imparare da tale modello).

Diversi studi hanno constatato che l’appiattimento della figura adulta sullo stesso piano dei giovani (spesso nel disperato tentativo di risultare “amici” anziché guide) possa privare i ragazzi, e ancor più i bambini, di quel necessario contenimento normativo teorizzato da Émile Durkheim, per il quale l’educazione è proprio l’azione esercitata dalle generazioni “mature” su quelle non ancora tali per la vita sociale.

Come sosteneva il filosofo e sociologo francese in Educazione e sociologia, un genitore che, anziché mediare un conflitto scolastico con fermezza, si schiera aprioristicamente contro i docenti (magari anche sui social network) usando lo stesso linguaggio denigratorio dei figli, sta azzerando ogni barriera generazionale protettiva, e così facendo scalfisce inevitabilmente l’autorità morale dell’adulto in generale, perno insostituibile per la trasmissione delle regole sociali.

Di eguale rilevanza è il disorientamento dei giovani esposti a una morale predicata ma che troppo spesso viene smentita dai fatti.

Si sostiene a rigor di logica che la discordanza tra i valori formali insegnati ai ragazzi (rispetto, legalità, pacatezza) e la violenza agita dagli adulti nella realtà quotidiana generi nei giovani una pericolosa sfiducia sistemica, minando quindi la loro coerenza identitaria.

Questo significa che un ragazzo che si sente dire di “portare sempre rispetto” e che, subito dopo, assiste inerme a un adulto (magari un automobilista o un passante) che minaccia verbalmente e aggredisce un altro individuo, per futili motivi di traffico, si trova di fronte a un cortocircuito del doppio legame che provoca una dissonanza cognitiva.

Gregory Bateson, ad esempio, descrive e suffraga il concetto secondo cui i messaggi contraddittori trasmessi da figure di riferimento generino sia paralisi emotiva sia confusione logica nei soggetti più giovani.

Reputo che altrettanto importante sia il burnout che si cela dietro queste situazioni e la conseguente frustrazione di chi educa senza ricevere supporto o strumenti adeguati.

L’assenza, infatti, di un solido supporto istituzionale lascia docenti, genitori ed educatori in balìa di un senso di isolamento che rischia di diventare cronico, trasformando l’impotenza professionale e genitoriale in una pericolosa reazione di intolleranza. Senza voler giustificare nulla e nessuno, è quello che accade quando un docente che, di fronte a classi difficili e a una dirigenza scolastica assente o burocraticamente distaccata, perde la pazienza e ricorre addirittura all’insulto pubblico o all’intimidazione verbale per ristabilire un ordine che non sa più come gestire con i metodi pedagogici e gli strumenti istituzionali.

Il modello ecologico dello sviluppo di Bronfenbrenner ci aiuta a comprendere queste dinamiche, evidenziando come, per scongiurare il collasso del mandato istituzionale e la solitudine dell’educatore, il benessere e la capacità di cura dell’adulto dipendano strettamente dal supporto ricevuto dai contesti comunitari e istituzionali più ampi (il macrosistema e l’ecosistema).

Siamo tutti concordi nel ritenere che l’abitudine alla prevaricazione verbale e fisica, se tollerata o praticata da chi dovrebbe custodire le regole, venga rapidamente metabolizzata come tecnica non solo efficace ma soprattutto lecita e consigliata per affermare le proprie ragioni.

L’adulto che, invece di denunciare o comporre civilmente una diatriba condominiale, si presenta sotto casa del vicino urlando e minacciando ritorsioni fisiche, insegna involontariamente ma direttamente ai minori presenti che la prepotenza è l’unico canale di giustizia efficiente.

Albert Bandura (con la teoria dell’apprendimento sociale e del modellamento), ci ricorda che gli individui acquisiscono nuovi comportamenti osservando e imitando le condotte dei modelli di riferimento, specialmente quando queste vengono premiate o non sanzionate. In questo modo, la devianza quotidiana viene sdoganata e interiorizzata come metodo di risoluzione dei conflitti e si cristallizza, lentamente ma inesorabilmente, la normalizzazione della violenza come scorciatoia relazionale.

Infine, ma non per ultimo, vorrei porre l’accento su quella prassi, ormai diffusa e accettata, che vede protagonisti dei riferimenti (individui che ricoprono ruoli apicali) molto in vista e, di conseguenza, il condizionamento macro-sociale esercitato da questi modelli aggressivi.

Gustave Le Bon, nel suo celeberrimo saggio Psicologia delle folle, analizza come il contagio mentale e il bisogno di identificazione in una guida carismatica (il capobranco) spingano gli individui a perdere il senso della responsabilità critica, adottando comportamenti primitivi, irruenti e impetuosi.

Noto una stretta correlazione tra i comportamenti dei singoli adulti e quanto accade nel contesto politico-sociale del Paese. Le azioni rispecchiano spesso il clima di polarizzazione e aggressività verbale sdoganato regolarmente da figure ai vertici nei più disparati contesti (politici, mediatici, istituzionali, sportivi), che offrono una legittimazione collettiva alla sopraffazione.

La delegittimazione sistemica e l’effetto “capobranco” li possiamo osservare quando un cittadino giustifica i propri attacchi d’ira quotidiani o le intimidazioni pubbliche replicando esattamente i toni sprezzanti, polarizzati e denigratori visti nei talk show televisivi o nei post social dei leader di riferimento.

In definitiva, sono del parere che l’educazione non può e non deve rimanere un dovere delegato in esclusiva alle nuove generazioni. Per uscire da questo limbo, il primo vero cambiamento spetta agli adulti che hanno l’onere di munirsi del coraggio di disarmare l’aggressività (che, ricordiamolo, non è affatto sinonimo di forza e prodezza), recuperando il valore insostituibile dell’esempio coerente, del dialogo e della responsabilità civile. In questo modo potremo avere più possibilità di ricostruire, mattone dopo mattone, una comunità capace di educare non con la forza della prepotenza, ma con la forza della giustizia, dell’equità e del rispetto.

Flavio L. Belvedere
(docente e criminologo)


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