Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è entrato in vigore da meno di due mesi e si è già verificata una una delle più gravi crisi migratorie degli ultimi anni su una frontiera esterna dell’Unione. A Ceuta, enclave spagnola sulla costa nordafricana, alla fine di luglio decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine con il Marocco in poche ore, via terra e a nuoto.
Le prime stime parlavano di circa 49mila ingressi in 24 ore; i conteggi successivi hanno portato il totale a circa 72mila persone. La maggior parte è poi tornata o è stata trasferita in Marocco, mentre il bilancio delle vittime è continuato a salire
Ma la crisi di Ceuta non è rimasta una questione tra Madrid e Rabat: l’Italia ha ripristinato temporaneamente i controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna e Madrid l’ha accusata di violare lo spirito di Schengen e il 7 agosto ha minacciato “misure proporzionali” se i controlli non saranno ritirati entro domenica 9.
È in questa successione di eventi che si vede uno dei paradossi del nuovo sistema europeo: l’Ue ha approvato un Patto per rendere comune la gestione delle migrazioni, ma davanti alla prima grande crisi gli Stati hanno ricominciato a proteggere i propri confini gli uni dagli altri.
Controlli alle frontiere, il caso innescato dalla crisi di Ceuta
Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo è diventato pienamente applicabile il 12 giugno 2026, dopo due anni concessi agli Stati per adeguare strutture e legislazioni. I dieci atti che lo compongono intervengono su quasi ogni fase del percorso di una persona che entra irregolarmente nell’Unione: identificazione, domanda di asilo, attribuzione della responsabilità a uno Stato membro, rimpatrio e solidarietà tra Paesi europei. Una delle modifiche più evidenti avviene proprio alla frontiera.
Chi entra irregolarmente deve essere sottoposto a uno screening preliminare: identificazione, controlli di sicurezza, verifica dello stato di salute e delle eventuali vulnerabilità, raccolta dei dati biometrici e registrazione nel sistema Eurodac. Per una parte dei richiedenti asilo, inoltre, la domanda viene esaminata attraverso una procedura di frontiera accelerata, durante la quale la persona si trova fisicamente sul territorio europeo ma, dal punto di vista giuridico, non è ancora considerata autorizzata a entrarvi.
È quella che nel diritto europeo viene definita una sorta di “finzione di non ingresso”: la frontiera smette di essere soltanto la linea che divide due territori e diventa il luogo in cui viene stabilito chi potrà effettivamente accedere all’Unione. La procedura è obbligatoria, tra gli altri casi, per alcune persone provenienti da Paesi per i quali il tasso europeo di riconoscimento della protezione internazionale è inferiore o pari al 20%. Il Patto ha inoltre ampliato il ruolo dei cosiddetti Paesi terzi sicuri, rafforzando la possibilità che una domanda venga considerata inammissibile perché la persona potrebbe ricevere protezione in un altro Stato attraverso cui è transitata.
È la prosecuzione di un processo che precede di molto il Patto: impedire che una parte della gestione migratoria arrivi materialmente all’interno dell’Europa, affidandola alle frontiere o ai Paesi di transito. Ceuta rende questa logica particolarmente evidente.
Il punto debole dell’esternalizzazione dei migranti
Il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha ammesso il problema il 6 agosto parlando proprio della crisi spagnola: l’Unione diventa vulnerabile quando il controllo delle proprie frontiere dipende dalla “buona volontà” di uno Stato vicino. Brunner ha chiesto di utilizzare anche strumenti commerciali e la politica dei visti per ottenere una maggiore collaborazione dal Marocco sui controlli e sulle riammissioni.
l’Ue finanzia e sostiene Stati esterni perché impediscano alle persone di raggiungere il proprio territorio. È qui che risiede la contraddizione dell’esternalizzazione: allontanare la gestione delle migrazioni dal territorio europeo riduce gli arrivi finché il Paese partner collabora, ma attribuisce contemporaneamente a quello stesso Paese un enorme potere negoziale.
Dopo Ceuta il conflitto europeo si è spostato dalle frontiere esterne a quelle interne: dal 1° agosto l’Italia ha reintrodotto per un mese controlli sui collegamenti aerei e marittimi provenienti dalla Spagna, con verifiche mirate in particolare sui cittadini extra-Ue. Roma ha inoltre concordato con Parigi un rafforzamento dei controlli alla frontiera franco-italiana. Qui però è necessario distinguere due strumenti che nel dibattito politico vengono spesso sovrapposti. Questi controlli sono possibili grazie al Codice frontiere Schengen, che permette agli Stati di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne quando esiste una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza. Solo due mesi fa la Commissione europea aveva chiesto a nove Paesi, compresa l’Italia, di lavorare alla loro progressiva eliminazione, ricordando che cooperazione di polizia e controlli mirati possono essere utilizzati senza ripristinare sistematicamente una frontiera interna. La crisi di Ceuta ha prodotto l’effetto opposto.
Il costo umano delle nuove procedure di frontiera
Il nuovo Patto non rafforza soltanto i controlli, ma amplia anche le procedure di frontiera, durante le quali una persona può trovarsi fisicamente nell’Ue senza essere considerata formalmente entrata. Questo consente di esaminare più rapidamente alcune domande di asilo e, in determinati casi, dichiararle inammissibili se il richiedente è transitato attraverso un Paese terzo considerato sicuro.
Il rischio è che la maggiore rapidità si traduca in minori garanzie individuali: più persone possono rimanere bloccate nelle zone di frontiera e, in caso di rigetto, essere avviate rapidamente verso il rimpatrio. La frontiera diventa così non solo un luogo di controllo, ma anche quello in cui si decide, in tempi sempre più stretti, chi può effettivamente entrare nell’Unione.
Madrid contro Roma: “Nessuno dei migranti è entrato nello spazio Schengen”
Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha accusato l’Italia di non essere stata “all’altezza” della situazione e ha rivendicato la rapidità con cui Madrid avrebbe gestito gli arrivi a Ceuta. Ha inoltre ricordato che l’Italia registra numeri elevati di ingressi irregolari e ha chiesto agli altri Stati membri solidarietà nei confronti della Spagna.
Il 7 agosto Madrid ha alzato ulteriormente il livello dello scontro. Il governo spagnolo ha chiesto all’Italia di abolire i controlli introdotti il primo agosto, sostenendo che nessuna delle persone entrate irregolarmente a Ceuta abbia raggiunto lo spazio Schengen. Se Roma non cambierà posizione entro il 9 agosto, la Spagna ha annunciato di essere pronta ad adottare misure “proporzionali”. Ceuta infatti è territorio spagnolo e dell’Unione, ma è sottoposta a un regime particolare rispetto alla libera circolazione di Schengen. Per raggiungere la Spagna continentale via mare o aereo sono previsti controlli documentali. Roma ha però collegato la crisi anche al recente provvedimento di regolarizzazione adottato dal governo di Pedro Sánchez, accusato di produrre un effetto di attrazione, ma la misura spagnola era destinata a persone che si trovavano già in Spagna prima del 1° gennaio 2026. Le domande si sono inoltre chiuse il 30 giugno. Le persone arrivate a Ceuta alla fine di luglio, quindi, non possono beneficiare di quella regolarizzazione.
Il Patto Ue prometteva “solidarietà”, ma Ceuta dimostra il contrario
Il Patto ha introdotto un meccanismo permanente e obbligatorio per aiutare gli Stati sottoposti a maggiore pressione migratoria. Ma obbligatoria è la partecipazione al meccanismo, non necessariamente l’accoglienza delle persone. Ogni Stato può scegliere se contribuire attraverso ricollocazioni, denaro o altre misure di sostegno. Per il 2026 la riserva europea è stata fissata in 21mila ricollocazioni o interventi equivalenti oppure 420 milioni di euro. Il vecchio problema di Dublino, quindi, non è semplicemente scomparso. Gli Stati di primo ingresso continuano ad avere una responsabilità centrale nella registrazione e nella gestione delle domande, mentre gli altri Paesi possono scegliere in quale forma fornire solidarietà.
A Ceuta la prima risposta non è stata una maggiore libertà di movimento all’interno dell’Unione, ma il ritorno dei controlli tra due Stati membri. Il Patto non sembra aver risolto il conflitto politico che accompagna le migrazioni europee da trent’anni: chi deve assumersi la responsabilità delle persone una volta che hanno raggiunto l’Europa.
Mentre l’Unione costruisce un sistema sempre più comune per controllare chi entra, gli Stati continuano a diffidare gli uni degli altri su ciò che succede dopo.
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Giulia Camuffo
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