C’è una domanda che la politica dovrebbe avere il coraggio di porsi prima di esultare per l’approvazione alla camera di ColtivaItalia: a cosa serve promettere nuovi terreni ai giovani agricoltori se chi oggi coltiva quei terreni non riesce nemmeno a vendere ciò che produce?
L’entusiasmo manifestato dall’onorevole Giandiego Gatta per il nuovo provvedimento del Governo appena approvato alla Camera, in attesa del voto al Senato, appare come l’ennesima dimostrazione di una politica che preferisce celebrare gli annunci piuttosto che confrontarsi con la realtà. Una realtà che, in Puglia, racconta una storia molto diversa da quella delle conferenze stampa.
Milioni di ettolitri di vino giacciono invenduti nelle cantine. Le aziende agricole fanno i conti con costi di produzione sempre più elevati, margini ridotti all’osso, mercati instabili e consumi in calo. Intere filiere chiedono strumenti per sopravvivere, mentre il dibattito politico continua a concentrarsi su provvedimenti che rischiano di produrre consenso prima ancora che risultati.
Il problema non è ColtivaItalia in sé. Ogni misura che sostiene l’agricoltura merita attenzione. Il problema è ciò che manca.
Manca una strategia per affrontare le emergenze strutturali che stanno piegando l’agricoltura pugliese. Manca una politica capace di governare le crisi di mercato. Manca una programmazione seria sulla gestione delle eccedenze produttive. Manca una visione industriale che trasformi l’agricoltura da settore assistito a settore competitivo. Manca l’autonomia nei confronti dell’Europa che sempre più stringe l’Italia nella morsa della burocrazia “contro”.
Il ricambio generazionale non basta se manca il reddito
Il Governo parla di ricambio generazionale. È un obiettivo condivisibile.
Ma il ricambio non si realizza distribuendo qualche ettaro di terra o qualche incentivo una tantum. Un giovane decide di investire in agricoltura quando intravede un’impresa economicamente sostenibile, non quando riceve un contributo destinato a esaurirsi. Perché la vera sfida non è entrare in agricoltura. È riuscire a restarci.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione delle dichiarazioni trionfalistiche.
Si dice che bisogna riportare i giovani nelle campagne. Ma quale giovane dovrebbe scegliere di produrre vino in una regione dove milioni di ettolitri restano invenduti? Quale banca finanzierà un investimento se il mercato non garantisce redditività? Quale imprenditore rischierà capitale sapendo che il vero problema non è produrre, ma vendere?
Le risposte non arrivano.
Si continua invece ad alimentare una narrazione nella quale ogni nuovo fondo viene presentato come una svolta epocale. Eppure la storia recente dell’agricoltura italiana insegna il contrario. Da anni si susseguono decreti, ristori, bonus e incentivi che tamponano le emergenze senza rimuoverne le cause.
È l’assistenzialismo elevato a metodo di governo.
Si interviene quando la crisi è esplosa, mai prima. Si distribuiscono risorse senza costruire strumenti permanenti di competitività. Si preferisce finanziare gli effetti anziché eliminare le cause.
La Puglia continua a pagare il conto
Nel frattempo la Puglia continua a pagare un prezzo altissimo.
Prima la Xylella, che ha devastato milioni di ulivi e trasformato interi paesaggi. Poi la siccità, aggravata da infrastrutture idriche insufficienti e da una gestione dell’acqua che continua a mostrare limiti evidenti. Quindi l’aumento dei costi energetici, la crescita del prezzo delle materie prime, la concorrenza internazionale sempre più aggressiva e, oggi, la crisi del comparto vitivinicolo.
Di fronte a tutto questo, la risposta del Governo sembra essere un contenitore nel quale convivono incentivi, agevolazioni e finanziamenti che, pur utili in alcuni casi, non affrontano il nodo fondamentale: garantire reddito alle imprese agricole.
Perché senza reddito non c’è innovazione. Senza reddito non ci sono giovani. Senza reddito non esiste alcun ricambio generazionale.
Ed è qui che le dichiarazioni dell’onorevole Gatta mostrano il loro limite politico. Si celebra una legge come se rappresentasse la soluzione ai problemi dell’agricoltura italiana, mentre in Puglia migliaia di imprenditori continuano a chiedere risposte immediate sulla commercializzazione del vino, sulla tutela dei prezzi, sulla gestione delle crisi di mercato e sul sostegno alle filiere.
La vera emergenza
La sensazione è che il Governo continui a guardare il dito invece della luna.
La vera emergenza non è assegnare nuovi terreni. La vera emergenza è evitare che quelli già coltivati vengano abbandonati perché produrre non conviene più.
L’agricoltura pugliese non ha bisogno di slogan sulla sovranità alimentare. Ha bisogno di una politica agricola che sappia coniugare produzione, mercato, export, innovazione e redditività. Ha bisogno di infrastrutture, di investimenti sulla gestione dell’acqua, di politiche commerciali efficaci e di strumenti permanenti per affrontare le crisi.
Fino a quando questi nodi resteranno irrisolti, ogni applauso per ColtivaItalia rischierà di apparire stonato.
Perché mentre la politica festeggia una legge, nelle cantine pugliesi il vino continua a rimanere invenduto. E quella, più di qualsiasi comunicato stampa, è la fotografia dello stato di salute dell’agricoltura regionale.
Il vero banco di prova
L’agricoltura pugliese non chiede privilegi. Chiede politiche che producano reddito, non dipendenza; competitività, non assistenza; programmazione, non interventi episodici.
Per questo il successo di ColtivaItalia non si misurerà nei comunicati stampa né nelle dichiarazioni di soddisfazione della politica. Si misurerà tra qualche anno, quando capiremo se quei giovani che oggi vengono invitati a tornare nei campi avranno costruito imprese solide oppure saranno stati costretti ad abbandonarle.
La credibilità di una politica agricola non si valuta dall’entità delle risorse stanziate, ma dalla capacità di incidere sui problemi reali.
E oggi il problema reale della Puglia non è trovare qualcuno disposto a coltivare un terreno: è fare in modo che chi quel terreno lo coltiva possa vivere dignitosamente del proprio lavoro.
Finché milioni di ettolitri di vino resteranno invenduti nelle cantine, finché gli agricoltori continueranno a vendere sotto costo, finché le filiere produttive non saranno messe nelle condizioni di competere sui mercati internazionali, ogni celebrazione rischierà di suonare come una vittoria proclamata troppo presto.
Perché l’agricoltura non vive di annunci. Vive di reddito, di mercati, di investimenti e di prospettive. E su questi temi, oggi, la Puglia continua ad attendere risposte.
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Maurizio Varriano
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