Quando si parla di Stato forte, molti immaginano più controlli, più regole, più uffici e più autorizzazioni.
Ma uno Stato forte non è quello che entra dappertutto. È quello che funziona.
Deve garantire sicurezza, giustizia, infrastrutture, servizi essenziali e rispetto delle regole. Ma proprio perché pretende che il cittadino rispetti la legge, deve essere il primo a rispettare tempi, obblighi e responsabilità.
Ed è qui che spesso il nostro sistema mostra i suoi limiti.
Il cittadino deve presentare documenti, rispettare scadenze, compilare moduli e attendere autorizzazioni. Se sbaglia o arriva tardi, le conseguenze possono essere immediate.
Quando invece è la Pubblica Amministrazione a ritardare o a non decidere, troppo spesso il peso ricade ancora sul cittadino, costretto a sollecitare, aspettare o persino rivolgersi al giudice.
Questo non rende lo Stato più forte. Lo rende meno credibile.
Lo Stato è uno strumento, non il fine
Francesco Gentile, in Intelligenza politica e ragion di Stato, mette in guardia dalla trasformazione della politica nella semplice gestione della macchina statale.
La politica, nella sua concezione, deve ricercare una giusta misura: individuare ciò che tiene insieme una comunità senza pretendere di assorbirne ogni spazio.
È una riflessione particolarmente attuale.
Lo Stato non esiste per alimentare se stesso. I suoi uffici, le procedure e le norme sono strumenti al servizio della comunità.
Quando invece la procedura diventa più importante del risultato, la burocrazia finisce per giustificare se stessa.
E il cittadino scompare.
Amministrare significa essere responsabili
Su questo terreno è particolarmente utile la riflessione di Marcello Maria Fracanzani.
Nella sua elaborazione del diritto amministrativo, amministrare non significa semplicemente esercitare un potere, ma gestire responsabilmente beni e poteri ricevuti per perseguire l’interesse pubblico. È un’impostazione che mette al centro non l’apparato, ma la funzione che quell’apparato è chiamato a svolgere.
Il punto è decisivo.
Un’amministrazione non è autorevole perché dispone di molti poteri. È autorevole quando quei poteri vengono esercitati bene, nell’interesse della comunità e nel rispetto del cittadino.
Non è casuale che Fracanzani abbia dedicato parte rilevante dei propri studi proprio al rapporto fra cittadino e Stato e alla tutela dell’interesse legittimo, cioè alla posizione di chi si trova davanti all’esercizio del potere pubblico.
Nel saggio Alle radici teoriche dell’interesse legittimo e, più recentemente, in Per un giudice amministrativo veramente speciale, torna proprio il problema fondamentale della tutela del cittadino di fronte all’amministrazione e della peculiarità di questo rapporto rispetto ai normali rapporti tra privati.
Uno Stato forte, dunque, non può essere uno Stato davanti al quale il cittadino sia debole.
Il problema non sono le regole. Sono le cattive regole
Ogni volta che nasce un problema sembra che la risposta debba essere una nuova legge, un nuovo obbligo o un nuovo passaggio burocratico.
Il risultato è un sistema sempre più complicato.
Ma una regola difficile da capire non è una regola migliore.
Spesso penalizza proprio chi ha meno strumenti per orientarsi: piccoli imprenditori, professionisti, famiglie e cittadini comuni.
Semplificare non significa eliminare le regole.
Significa averne meno, più chiare e soprattutto più stabili.
Uno Stato autorevole stabilisce regole comprensibili e poi le fa rispettare.
Una Pubblica Amministrazione deve decidere
Uno dei problemi più evidenti del nostro sistema è la paura della decisione.
Il funzionario, per evitare responsabilità, può essere portato a rinviare, chiedere ulteriori pareri o trasferire la pratica ad altri uffici.
Così nessuno sbaglia, perché nessuno decide.
Ma uno Stato che non decide non è prudente. È inefficiente.
Bisogna invece dare ai funzionari regole chiare e la possibilità di assumersi responsabilità senza vivere sotto la paura permanente di conseguenze sproporzionate.
E contemporaneamente pretendere che chi agisce con grave negligenza o abusa del proprio potere ne risponda.
Responsabilità non significa perseguitare chi decide.
Significa distinguere chi decide correttamente, anche quando può sbagliare, da chi semplicemente non fa il proprio dovere.
La sussidiarietà: lo Stato deve intervenire dove serve, non dove può sostituire gli altri
È qui che entra in gioco un principio fondamentale, spesso citato ma raramente spiegato: la sussidiarietà.
L’idea di fondo è semplice.
Una funzione pubblica dovrebbe essere svolta dal livello più vicino possibile al cittadino, purché quel livello sia realmente in grado di esercitarla in modo efficace.
Ciò che può fare bene un Comune non dovrebbe necessariamente essere trasferito alla Regione. Ciò che può essere gestito dalla Regione non deve automaticamente arrivare allo Stato centrale. E, allo stesso modo, ciò che una famiglia, un’associazione, un’impresa o una comunità può realizzare autonomamente non dovrebbe essere assorbito senza ragione dall’apparato pubblico.
La sussidiarietà, quindi, non significa semplicemente “meno Stato”.
Significa uno Stato collocato al posto giusto.
Il livello superiore deve intervenire quando quello inferiore non dispone dei mezzi necessari, quando occorre garantire diritti uniformi sull’intero territorio nazionale o quando il problema, per la sua natura, non può essere affrontato efficacemente a livello locale.
Ma dovrebbe evitare di sostituirsi automaticamente alle realtà più vicine ai cittadini quando queste sono perfettamente capaci di provvedere.
C’è poi una seconda dimensione, altrettanto importante.
La sussidiarietà non riguarda soltanto i rapporti tra Stato, Regioni e Comuni. Riguarda anche il rapporto tra istituzioni e società.
Famiglie, associazioni, volontariato, imprese, ordini professionali e comunità locali non sono semplicemente destinatari delle decisioni pubbliche. Sono parti vive della società e possono concorrere alla realizzazione dell’interesse generale.
Uno Stato maturo non vede queste realtà come concorrenti da controllare o sostituire, ma come energie da valorizzare.
Questo comporta però anche responsabilità.
La sussidiarietà non può diventare il pretesto per uno Stato che abbandona le proprie funzioni essenziali. Sicurezza, giustizia, tutela dei diritti fondamentali, grandi infrastrutture e garanzia dell’unità nazionale richiedono invece un’autorità pubblica forte e capace di intervenire.
La vera questione, dunque, non è scegliere tra più Stato o meno Stato.
È stabilire quale Stato, dove e per fare cosa.
Ed è forse proprio questa la misura di una buona amministrazione: essere presente quando è indispensabile e avere l’intelligenza di non occupare gli spazi nei quali cittadini e comunità possono responsabilmente provvedere da sé.
Digitalizzare non significa semplificare
Sappiamo tutti che negli ultimi anni moltissime pratiche burocratiche sono state digitalizzate.
È certamente un progresso, ma non basta.
Se un procedimento inutile e complicato viene trasferito dal bancone di un ufficio allo schermo di un computer, non è diventato semplice.
È diventato soltanto digitale.
La vera domanda dovrebbe essere:
serve davvero chiedere questo documento?
E subito dopo:
lo Stato possiede già questa informazione?
Se la risposta è sì, non dovrebbe essere il cittadino a produrla ancora una volta.
La tecnologia deve servire a ridurre la burocrazia, non a digitalizzarla.
Uno Stato forte sa anche quando fermarsi
Torniamo allora alla “giusta misura” di Gentile.
Uno Stato che pretende di occuparsi di tutto rischia, paradossalmente, di non riuscire più a fare bene ciò che soltanto esso può fare.
Deve essere forte dove è indispensabile: nella sicurezza, nella giustizia, nella tutela dei più deboli, nelle infrastrutture essenziali, nella difesa dell’interesse nazionale e nel rispetto delle regole.
E deve lasciare spazio alla società dove la società è perfettamente in grado di organizzarsi responsabilmente.
Meno burocrazia non significa meno Stato.
Può significare uno Stato migliore.
Recuperare la fiducia
Il problema più grave, alla fine, è la perdita di fiducia.
Molti cittadini considerano la burocrazia un ostacolo. Molti imprenditori la considerano un costo. E troppo spesso l’amministrazione guarda al cittadino come a qualcuno da controllare anziché alla persona nel cui interesse dovrebbe operare.
Questo rapporto deve cambiare. Il cittadino deve rispettare le regole.
Ma anche lo Stato deve rispettare il cittadino.
Deve rispondere, decidere, assumersi responsabilità e rendere comprensibili le proprie decisioni.
Uno Stato forte, dunque, non è quello che controlla tutto.
È quello che funziona. Che decide in tempo. Che fa rispettare regole chiare.
Che è presente dove serve davvero. E che sa fermarsi dove la propria presenza non è necessaria.
Perché la forza delle istituzioni non si misura dalla quantità di potere che esercitano, ma dall’autorevolezza con cui lo esercitano.
Visualizzazioni: 3
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Pierfrancesco Viti
Source link











