Donald Trump e la sua società dei media finiscono al centro di una nuova battaglia giudiziaria. A sollevare il caso è il sistema con cui Trump Media & Technology Group sta monetizzando l’accesso ultrarapido ai post pubblicati su Truth Social, compresi contenuti potenzialmente capaci di provocare movimenti sui mercati finanziari.
The Intercept Media e Freedom of the Press Foundation hanno presentato un’azione davanti a un tribunale federale di New York, contestando un meccanismo che, secondo i ricorrenti, consentirebbe al presidente di trarre un vantaggio economico dalla diffusione di informazioni legate alla sua attività istituzionale. Nell’atto il sistema viene definito “corrotto e incostituzionale”.
Al centro della controversia c’è Truth API, il servizio lanciato da Trump Media per fornire a investitori professionali e società finanziarie un flusso diretto e rapidissimo dei contenuti pubblicati dagli account più influenti della piattaforma.
Cos’è Truth API e perché interessa Wall Street
Il progetto era stato annunciato a metà luglio ed è diventato operativo all’inizio di agosto. Trump Media lo presenta come un servizio business-to-business destinato soprattutto alle società per cui anche pochi millisecondi possono fare la differenza.
Invece di controllare manualmente Truth Social, i clienti ricevono attraverso un’API un flusso di dati strutturato e utilizzabile direttamente dai sistemi informatici. È un elemento particolarmente rilevante per le società di high-frequency trading, che impiegano algoritmi capaci di comprare e vendere strumenti finanziari in frazioni di secondo.
La stessa Trump Media, presentando il servizio, aveva sottolineato un punto decisivo: «Markets already move on Truth Social posts», cioè i mercati si muovono già in seguito ai post pubblicati sulla piattaforma. Il servizio è stato quindi progettato per fornire un accesso in tempo reale ai contenuti considerati più influenti.
Quanto costa: fino a 100mila dollari al mese
La dimensione economica dell’operazione è emersa con maggiore chiarezza negli ultimi giorni. Durante la presentazione dei risultati trimestrali di Trump Media, l’amministratore delegato ad interim Kevin McGurn ha riferito che più di dieci clienti hanno già aderito al servizio.
I contratti avrebbero un valore compreso tra 60mila e 100mila dollari al mese per cliente, e tra i primi utilizzatori figurerebbero soprattutto società specializzate nel trading ad alta frequenza.
Nel caso di un abbonamento da 100mila dollari, il costo arriva quindi a 1,2 milioni di dollari l’anno per singolo cliente.
Perché i post di Trump possono spostare i mercati
La questione assume una dimensione particolare perché Truth Social non è semplicemente un social network legato politicamente al presidente. Trump ne è l’utente più importante e utilizza abitualmente la piattaforma anche per comunicare decisioni e posizioni che possono avere conseguenze economiche immediate.
Negli ultimi mesi il presidente ha pubblicato sulla piattaforma comunicazioni riguardanti dazi, politica commerciale, Federal Reserve, politica estera e guerra con l’Iran, temi capaci di influenzare azioni, obbligazioni, valute e materie prime.
In un mercato dominato anche da algoritmi che reagiscono automaticamente alle notizie, ricevere un’informazione con qualche istante di vantaggio può quindi avere un valore economico considerevole.
Ed è proprio qui che si concentra la contestazione.
L’accusa: “Il presidente trae un vantaggio economico”
Secondo i promotori della causa, il problema non sarebbe semplicemente la vendita di un servizio tecnologico premium. A rendere il caso eccezionale è la sovrapposizione tra il ruolo pubblico di Trump e i suoi interessi economici legati alla società proprietaria della piattaforma.
Trump mantiene infatti un’importante partecipazione economica in Trump Media, indicata intorno al 41% attraverso un trust.
Nell’azione legale viene sostenuto che il presidente possa così beneficiare economicamente di un sistema che offre a soggetti disposti a pagare cifre molto elevate un canale privilegiato per ricevere informazioni potenzialmente capaci di muovere i mercati.
La questione non riguarda necessariamente contenuti segreti: il punto è la velocità con cui l’informazione viene distribuita. In mercati dove gli algoritmi operano in millisecondi, la differenza temporale tra il feed professionale e la consultazione ordinaria di un social network può trasformarsi in un vantaggio commerciale.
I dubbi erano arrivati anche al Congresso
Le polemiche su Truth API erano iniziate già prima dell’azione giudiziaria. A luglio il deputato democratico di New York Ritchie Torres aveva chiesto alla Securities and Exchange Commission (SEC) di esaminare il progetto, sollevando dubbi sulla sua compatibilità con le regole federali sui mercati finanziari.
Il timore espresso dai critici è quello della nascita di un mercato dell’informazione a due velocità: da una parte operatori finanziari capaci di spendere decine di migliaia di dollari ogni mese per ottenere il flusso più rapido possibile, dall’altra investitori comuni che ricevono gli stessi contenuti attraverso i normali strumenti della piattaforma.
Trump Media ha invece presentato Truth API come un normale prodotto professionale di distribuzione dei dati, sottolineando che servizi analoghi vengono offerti anche da altre piattaforme e società tecnologiche.
Un nuovo business mentre Trump Media perde 238 milioni
La causa arriva inoltre in una fase delicata per i conti della società. Trump Media ha comunicato per il secondo trimestre del 2026 una perdita di circa 238 milioni di dollari, oltre dieci volte superiore a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente.
Il gruppo sta quindi cercando nuove fonti di ricavi e Truth API rappresenta proprio uno dei tentativi di trasformare l’enorme attenzione generata dai contenuti pubblicati sulla piattaforma in un’attività redditizia e ricorrente.
Con più di dieci contratti già sottoscritti, il servizio ha dimostrato che Wall Street è effettivamente disposta a pagare cifre molto elevate per ridurre al minimo il tempo necessario a intercettare i post più rilevanti di Truth Social.
Ora, però, quella che per Trump Media è una nuova fonte di ricavi è diventata materia di tribunale. E il nodo che i giudici saranno chiamati ad affrontare va oltre il funzionamento di un social network: fino a che punto una società legata economicamente al presidente degli Stati Uniti può monetizzare la velocità di accesso a comunicazioni presidenziali capaci di condizionare i mercati?
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Martina Beretta
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