Dal 2021 al 2028: cinque anni di promesse, rinvii e nuovi annunci. Ora qualcuno vorrebbe anche il silenzio di giornalisti e sindacalisti. Ma quando ci sono soldi pubblici, lavoratori e un progetto ancora da consolidare, il silenzio non è una virtù: è un rischio.
C’è qualcosa di surreale nella vicenda dell’ex Unilever di Pozzilli. Dopo anni di annunci, rinvii, tavoli ministeriali, accordi, rimodulazioni, promesse occupazionali e date spostate in avanti, oggi il problema sembrerebbe essere diventato chi fa domande.
Non il cronoprogramma. Non il finanziamento pubblico ancora da perfezionare. Non la nuova configurazione societaria. Non il passaggio da una joint venture con Unilever a un assetto nel quale la multinazionale non è più socia ma cliente. Non il fatto che la piena operatività venga oggi collocata nell’autunno 2028.
No. Il problema, a quanto emerge dalle dichiarazioni riportate dalla stampa, sarebbero giornalisti e sindacalisti che insistono nel chiedere chiarezza. E allora diciamolo senza giri di parole: se una trattativa industriale può essere compromessa da una domanda, forse non è la domanda il problema.
LA DOMANDA PIÙ SCOMODA: DOVE SIAMO DAVVERO?
Nessuno sostiene che la riconversione di Pozzilli non debba essere fatta. Al contrario: deve partire, produrre, creare occupazionee restituire un futuro alle famiglie che aspettano da anni. Ma bisogna smettere di confondere il desiderio che il progetto riesca con la certezza che il progetto sia già realizzato. Il progetto P2P prevede investimenti per circa 109 milioni di euro e un sostegno pubblico complessivo di 82 milioni, tra contributo a fondo perduto e finanziamento agevolato. Ancora nel 2025 Seri Industrial indicava che, per quei 109 milioni di investimenti, si era in attesa del decreto definitivo di concessione.
La domanda è semplice: a che punto è esattamente l’iter? E quali sono oggi le garanzie definitive che consentono di dire che il cronoprogramma annunciato sarà rispettato?
LA CATENA SOCIETARIA VA SPIEGATA
Seri Industrial controlla Seri Plast. Seri Plast è il soggetto del gruppo che partecipa a P2P, la società attraverso la quale si sviluppa il progetto di riconversione dell’ex Unilever.
Per anni il progetto è stato raccontato come una joint venture tra Unilever e Seri Plast. Ora il quadro è cambiato: Unilever non è più il socio industriale di prima. Resta il rapporto commerciale attraverso l’offtake, cioè l’impegno ad acquistare una quota della produzione.
Da qui una domanda legittima: se cambia l’assetto societario, cambia o non cambia anche il perimetro della valutazione delle garanzie economiche e patrimoniali?
La risposta spetta a chi deve fare le verifiche. Ma pretendere che la domanda non venga nemmeno posta sarebbe singolare.
DAL 2021 AL 2028: IL CALENDARIO CHE CONTINUA A SPOSTARSI
Non commentiamo. Mettiamo in fila le date.
Nel 2021 nasce l’accordo originario per la riconversione del sito, con una ripartenza prevista in tempi assai più ravvicinati rispetto a quelli oggi prospettati.
Nel giugno 2023 viene sottoscritto l’Accordo di Sviluppo per 82 milioni di euro a sostegno di un investimento complessivo di circa 109 milioni. Nel 2024 il progetto viene rimodulato dopo le interlocuzioni con MIMIT e Invitalia.
Il 3 dicembre 2024 arriva un altro annuncio: partenza tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, con macchinari da acquistare e installare e il riassorbimento degli ex dipendenti Unilever.
Nel gennaio 2026 si parla ancora di ripartenza e di uno stabilimento destinato a riprendere la produzione nel 2028. Ora il calendario porta all’autunno 2028 per la piena operatività.
A questo punto una domanda è inevitabile: se ogni volta che arriva una scadenza la scadenza viene spostata, il problema è davvero chi guarda il cronometro?
GLI ANNUNCI E LA VITA REALE
Sessanta assunzioni. Cento posti nell’indotto. Nuovi impianti. Tecnologia. Economia circolare. Europa. Green.
Tutto bellissimo. E sarebbe bellissimo anche per i lavoratori.
Ma nel frattempo bisogna vivere. Le bollette non aspettano l’autunno 2028. I mutui non aspettano. Le famiglie non possono restare in modalità “stand-by industriale”.
L’integrazione salariale aziendale, secondo quanto rappresentato nella vertenza, è arrivata a scadenza nel giugno 2026.
Questa è la realtà del presente. Il 2028 è il futuro. E tra presente e futuro ci sono più di due anni.
Chi li finanzia?
INVITALIA NON È IL NEMICO
Invitalia non è un intralcio: è il soggetto chiamato a gestire e verificare strumenti di sostegno pubblico.
Quando entrano in gioco 82 milioni di euro di risorse pubbliche, la prudenza non è un difetto. È un obbligo.
Se nel frattempo cambia la struttura societaria, cambia il ruolo di Unilever, cambia la distribuzione del rischio industriale e viene annunciato un ulteriore riassetto societario, è comprensibile che l’istruttoria venga esaminata con attenzione.
Non è accanimento. È controllo.
E POI C’È MENARINI
Il 12 agosto 2026 è stata riportata la notizia del contenzioso tra Invitalia e Seri Industrial relativo al bilancio 2024 di Menarini, con l’impugnazione da parte dell’Agenzia delle deliberazioni relative al bilancio e, dall’altra parte, la richiesta di 82 milioni di euro di danni avanzata da Seri Industrial nei confronti dei precedenti soggetti coinvolti nell’operazione.
Secondo la ricostruzione riportata, il bilancio 2024 di Menarini avrebbe registrato una perdita di 50,6 milioni di euro e sarebbero state rilevate rettifiche per oltre 60 milioni.
Attenzione: questo non significa che esista una responsabilità giudiziaria di Seri Industrial sulla vicenda Menarini, né che il contenzioso dimostri qualcosa sul progetto P2P.
Significa però che Invitalia e Seri Industrial hanno oggi anche un’altra partita giudiziaria e contabile aperta. È quindi ragionevole che, in un simile contesto, ogni pratica che coinvolga risorse pubbliche venga esaminata con particolare attenzione.
IL VERO OSTACOLO NON È LA STAMPA
Se davvero, come riportato, l’amministratore delegato Vittorio Civitillo ha chiesto silenzio a giornalisti e sindacalisti, accusandoli di essere un ostacolo alle trattative, bisogna dirlo chiaramente: è una pretesa che non regge.
Un’azienda privata può chiedere di non divulgare informazioni riservate, spiegare che determinate indiscrezioni possono danneggiare una trattativa, contestare un articolo, smentire, fornire documenti o rispondere punto per punto.
Quello che non può pretendere è che, in una vertenza industriale che coinvolge lavoratori, istituzioni e decine di milioni di euro di sostegno pubblico, la soluzione diventi il silenzio di chi controlla, rappresenta e informa.
Il silenzio non costruisce una fabbrica. E soprattutto non costruisce una garanzia.
IL 1° GENNAIO 2027 NON PUÒ ESSERE UNA DATA MAGICA
Se il trasferimento dei lavoratori viene ipotizzato con decorrenza 1° gennaio 2027 e la piena produzione viene indicata per l’autunno 2028, si crea una distanza enorme tra passaggio formale dei lavoratori e reale operatività industriale.
È qui che servono garanzie, non rassicurazioni.
Chi sostiene il reddito? Per quanto tempo? Con quali strumenti? Chi risponde se il cronoprogramma slitta ancora? Cosa accade se l’iter autorizzativo si allunga, se la fusione societaria produce ulteriori tempi tecnici, se gli impianti non arrivano o se la produzione non parte nell’autunno 2028?
Queste non sono domande distruttive. Sono le domande che dovrebbe fare qualunque rappresentante serio dei lavoratori.
LA FUSIONE DI NOVEMBRE
Se, come indicato nella documentazione societaria richiamata nella vertenza, Seri Industrial ha convocato per il 12 novembre 2026 l’assemblea straordinaria chiamata a deliberare il riassetto societario, anche questo passaggio dovrà essere considerato nel quadro complessivo.
Non significa automaticamente che il progetto sia a rischio. Significa però che non si può raccontare una fotografia vecchia mentre la società sta cambiando assetto.
Gli atti societari contano. Le date contano. Le garanzie patrimoniali contano. Le responsabilità contano.
Soprattutto quando sul tavolo ci sono soldi pubblici.
LA RICONVERSIONE SI FACCIA. MA NON SULLA PELLE DEI LAVORATORI
La posizione dovrebbe essere semplice.
Non siamo contro P2P. Non siamo contro Seri. Non siamo contro l’investimento, il riciclo o l’occupazione.
Siamo contro una cosa molto più banale: l’idea che un annuncio possa sostituire una garanzia.
Se P2P deve nascere, che nasca. Se il cantiere deve partire nel 2027, parta. Se devono arrivare i macchinari, arrivino. Se devono essere assunti 60 lavoratori, vengano assunti. Se devono essere creati cento posti nell’indotto, vengano creati. Ma fino a quando queste cose non accadono, sono impegni, programmi e previsioni. Non sono ancora realtà industriale.
Ai lavoratori non si può dire semplicemente: “Abbiate fiducia”. Dopo cinque anni di rinvii, la fiducia non può essere richiesta a credito. Si costruisce con gli atti, le macchine, i contratti, gli stipendi, i posti di lavoro e le date rispettate.
E nemmeno alla stampa si può dire: “Non fate domande perché danneggiate la trattativa”.
IL TAVOLO DI SETTEMBRE DEVE CAMBIARE REGISTRO
A settembre non servono altre passerelle, fotografie o l’ennesimo comunicato con la parola “ripartenza”.
Serve una tabella vera, con colonne e responsabilità:
Invitalia: a che punto è l’istruttoria?
P2P: quali investimenti sono già stati effettuati?
Seri Plast: quali risorse proprie sono effettivamente disponibili?
Seri Industrial: quale sarà il perimetro societario definitivo?
Unilever: quale ruolo manterrà concretamente e per quanto tempo?
Lavoratori: quale copertura reddituale è garantita fino alla produzione?
Impianti: quali ordini sono stati effettuati?
Cantiere: quale data certa di avvio?
Produzione: quale data contrattualmente vincolante?
Occupazione: quali assunzioni, con quali contratti e in quali tempi?
Questo sarebbe un tavolo serio. Il resto è comunicazione.
POZZILLI NON È UN COMUNICATO STAMPA
Questa è forse la frase che andrebbe appesa davanti ai cancelli dello stabilimento:
Pozzilli non è un comunicato stampa.
È una fabbrica. E dentro quella fabbrica ci sono persone che hanno già pagato un prezzo enorme per una riconversione che doveva essere rapida e che invece ha attraversato anni di rinvii.
Nel 2021 era il futuro. Nel 2024 era il futuro. Nel 2026 è ancora il futuro. Adesso il futuro ha persino una data: autunno 2028.
Bene. Ma questa volta, prima di chiedere fiducia, mostrate il percorso. Nessuno vuole affossare la riconversione. Chi la critica vuole che riesca. Chi fa domande vuole che riesca. Chi pretende garanzie vuole che riesca. Chi difende i lavoratori vuole che riesca. Perché un fallimento industriale non danneggerebbe soltanto Seri. Danneggerebbe Pozzilli, il Molise e soprattutto le famiglie che aspettano. Ed è proprio per questo che il controllo deve essere massimo.
La vera domanda, quindi, non è: “Perché giornalisti e sindacalisti parlano?” La vera domanda è: “Perché dopo cinque anni dovrebbero smettere di farlo proprio adesso?”
Se il progetto è solido, le domande non lo distruggono: lo rafforzano. Se le garanzie ci sono, si mostrano. Se gli impianti sono ordinati, si documenta. Se i soldi sono disponibili, si certifica. Se Invitalia ha concluso l’iter, si pubblicano gli atti. Se il cronoprogramma è credibile, si rispettano le scadenze. E se qualcuno pensa davvero che il silenzio sia la condizione necessaria per salvare la trattativa, bisogna dirlo con chiarezza:
una trattativa industriale seria non ha paura della trasparenza.
Ha paura, semmai, delle promesse che non arrivano alla fabbrica. E Pozzilli di promesse ne ha già ricevute abbastanza. Adesso sarebbe finalmente il momento delle macchine. Dei contratti. Degli stipendi. Della produzione. Del lavoro.
Il resto, dopo cinque anni, può anche aspettare.
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Maurizio Varriano
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