Lo sconto sul gasolio è arrivato al capolinea. È scaduto alla mezzanotte di lunedì 5 ottobre il taglio di 6,1 centesimi al litro applicato al diesel e, almeno per ora, non si è concretizzata la soluzione che avrebbe consentito di prolungarlo attraverso il meccanismo delle cosiddette accise mobili. Nella Gazzetta Ufficiale dell’ultimo giorno di validità dello sconto non compare infatti l’atteso decreto interministeriale a doppia firma del ministero dell’Economia e delle Finanze e del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, necessario per attivare il meccanismo utilizzando l’extragettito Iva generato dall’aumento dei prezzi dei carburanti. Per gli automobilisti, dunque, il cambio di regime è immediato: da oggi il gasolio costa 6,1 centesimi al litro in più rispetto al prezzo praticato nelle ultime settimane grazie alla riduzione temporanea delle accise. Un incremento che arriva dopo oltre due mesi di sostegno e che riporta il diesel al livello precedente all’agevolazione.
Il meccanismo delle accise mobili resta, per ora, sulla carta
Il punto centrale della vicenda è proprio il decreto che avrebbe dovuto rendere operativo il meccanismo delle accise mobili. La norma consente, in presenza di determinate condizioni, di utilizzare una parte del maggior gettito fiscale derivante dall’incremento dei prezzi dei carburanti per ridurre temporaneamente la componente delle accise. In sostanza, quando il prezzo alla pompa sale e con esso cresce anche il gettito Iva incassato dallo Stato, una quota di quelle maggiori entrate può essere utilizzata per attenuare l’impatto sui consumatori attraverso una riduzione delle accise. È lo schema che aveva alimentato le aspettative per una prosecuzione dello sconto sul diesel anche dopo la scadenza fissata al 5 ottobre.
Il passaggio amministrativo, però, non è arrivato nei tempi attesi. Il decreto avrebbe dovuto essere adottato congiuntamente dal Mef e dal Mase, ma sulla Gazzetta Ufficiale di lunedì non risulta pubblicato il provvedimento che avrebbe dovuto attivare la nuova riduzione. E senza quel passaggio formale il meccanismo non può produrre effetti. La conseguenza è che, salvo un intervento successivo, il taglio temporaneo si considera terminato e il sistema fiscale torna ai livelli ordinari. La differenza è di 6,1 centesimi al litro, una cifra che può sembrare contenuta sulla singola operazione di rifornimento ma che diventa significativa per chi percorre molti chilometri, per le imprese che gestiscono flotte aziendali e, più in generale, per il sistema della logistica e dell’autotrasporto.
Oltre due mesi di riduzione, poi il ritorno alla situazione precedente
Lo sconto era rimasto in vigore per più di due mesi e aveva interessato esclusivamente il gasolio. La benzina, invece, non beneficia di una riduzione analoga e non è quindi coinvolta dal cambio di regime che scatta con la fine dell’agevolazione sul diesel. Il quadro che si presenta da oggi è dunque quello di un ritorno alla fiscalità ordinaria per il gasolio, mentre sulla benzina non cambia nulla.
Il termine del 5 ottobre rappresentava una scadenza conosciuta e proprio per questo nelle ultime settimane si era rafforzata l’attenzione sull’eventuale proroga. L’ipotesi era che il governo potesse utilizzare l’extragettito Iva per finanziare un nuovo intervento senza dover ricorrere a una misura strutturale di riduzione delle entrate. Il mancato approdo del decreto sulla Gazzetta, tuttavia, rende al momento impossibile considerare lo sconto prorogato. Il calendario fiscale, in altre parole, ha prevalso sulle aspettative: allo scoccare della mezzanotte è terminata la riduzione e il diesel ha ripreso a scontare l’intero livello di accisa previsto in assenza dell’agevolazione.
L’impatto sui costi delle imprese
Per famiglie e automobilisti il ritorno dei 6,1 centesimi al litro si traduce in una spesa maggiore ogni volta che si fa rifornimento. Ma per il mondo delle imprese il tema assume una dimensione più ampia, perché il prezzo del diesel entra direttamente nella struttura dei costi di trasporto, distribuzione e mobilità aziendale. L’impatto è particolarmente rilevante per le attività che utilizzano veicoli commerciali, mezzi pesanti e flotte con percorrenze elevate: anche una variazione apparentemente limitata del prezzo unitario può trasformarsi, su migliaia o milioni di chilometri percorsi, in una voce di costo non trascurabile.
Il tema riguarda quindi non soltanto il prezzo esposto sulla colonnina, ma l’intera catena dei costi dell’economia reale. Il diesel è infatti una componente importante della logistica italiana e il suo prezzo può riflettersi sui costi di movimentazione delle merci e, a cascata, sui prezzi finali di numerosi beni e servizi. Per le imprese che operano con margini ridotti, il ritorno dell’accisa piena può quindi rappresentare un ulteriore elemento di pressione, soprattutto se dovesse accompagnarsi a nuove tensioni sui prezzi internazionali del petrolio o sui mercati energetici.
La partita non è necessariamente chiusa
Il fatto che il decreto non sia comparso nella Gazzetta Ufficiale dell’ultimo giorno utile per la proroga non significa necessariamente che il tema delle accise mobili sia definitivamente archiviato. Significa però che, allo stato attuale, non esiste un provvedimento pubblicato che consenta di mantenere lo sconto oltre la scadenza del 5 ottobre. Eventuali nuove misure dovranno quindi passare da un successivo intervento normativo e dai necessari atti amministrativi.
La questione resta dunque aperta sul piano politico ed economico, ma per gli automobilisti la conseguenza è già concreta: da oggi il diesel torna a costare 6,1 centesimi al litro in più rispetto al prezzo scontato applicato fino a lunedì. Dopo oltre due mesi di riduzione, il beneficio fiscale si interrompe proprio mentre il mercato dei carburanti continua a essere osservato con attenzione per le possibili ricadute sui consumi, sull’inflazione e sui costi sostenuti dalle imprese. La proroga attesa attraverso le accise mobili, almeno per ora, non c’è. E il pieno di gasolio torna a presentare il conto senza lo sconto temporaneo.
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