La Sardegna continua a essere una delle regioni meno produttive d’Italia. Nel 2023 ogni ora lavorata ha generato 34,8 euro di valore aggiunto, contro i 43,2 euro della media nazionale: un divario di circa il 19% che colloca l’Isola al terzultimo posto tra le regioni italiane, davanti soltanto a Puglia e Calabria. È il dato più significativo che emerge dal report Analisi del sistema produttivo della Sardegna: il problema della bassa produttività, realizzato dal Centro Studi di Cna Sardegna. Per Cna il punto centrale è che il problema non può essere spiegato soltanto con la specializzazione dell’economia sarda in settori tradizionalmente meno produttivi. Anche correggendo statisticamente il peso di turismo, costruzioni e agricoltura e attribuendo alla Sardegna la stessa struttura settoriale della media italiana, l’Isola resterebbe tra le ultime posizioni nazionali, con una produttività oraria “netta” di 37,8 euro contro i 43,2 della media del Paese.
In altre parole, non è soltanto la composizione dell’economia a pesare, ma anche la performance dei singoli comparti, che risultano mediamente meno efficienti rispetto alle altre regioni italiane. Secondo l’analisi, le criticità sono particolarmente evidenti in settori strategici come trasporti, costruzioni, agricoltura e agroindustria, ma interessano anche il turismo, uno dei motori economici dell’Isola. Le attività di alloggio e ristorazione producono infatti 23,6 euro di valore aggiunto per ora lavorata, lontano dai livelli registrati nelle regioni italiane più competitive.
Un problema che dura da decenni
Lo studio sottolinea come il ritardo sardo non sia il risultato di una fase economica negativa recente, ma rappresenti una debolezza strutturale. Tra il 2014 e il 2019 la produttività del lavoro nell’Isola è diminuita mediamente dello 0,2% all’anno, mentre nel resto d’Italia cresceva, seppure lentamente. Nel 2024 l’indice della produttività oraria, calcolato ponendo pari a 100 il livello del 1995, si fermava a 99,4 in Sardegna contro 101,9 dell’Italia e 103,6 del Mezzogiorno. Quasi trent’anni senza una vera crescita. La ripresa successiva alla pandemia, alimentata dalla forte crescita delle costruzioni grazie ai bonus edilizi e agli investimenti legati al Pnrr, insieme alla ripartenza del turismo, ha temporaneamente nascosto queste fragilità. Ma con il rallentamento dell’edilizia e la perdita di slancio dell’economia, il problema è tornato in primo piano. Cna osserva che nel 2026 inflazione, minor fiducia, credito più costoso e rallentamento del turismo hanno riportato alla luce i limiti strutturali del sistema produttivo regionale.
Imprese troppo piccole e poca innovazione
Tra le cause individuate dal report c’è innanzitutto la ridotta dimensione media delle imprese. In Sardegna ogni azienda conta mediamente 2,9 addetti, contro i 4 della media nazionale. Inoltre quasi il 59% degli occupati lavora in imprese sotto i 10 addetti, una quota molto più elevata rispetto al 41% italiano. La conseguenza, secondo Cna, è una minore capacità di innovare, investire e generare economie di scala. La spesa privata in ricerca e sviluppo si ferma allo 0,15% del Pil regionale, contro lo 0,92% della media nazionale. Anche tra le imprese più strutturate gli investimenti in innovazione risultano inferiori rispetto al resto del Paese: nel 2022 le aziende sarde con più di 10 addetti hanno speso mediamente 74 mila euro in ricerca e innovazione, contro quasi 196 mila euro a livello nazionale. A questo si aggiunge un ritardo sul fronte della digitalizzazione. Soltanto il 67% delle imprese sarde con oltre dieci addetti dispone di un sito web, mentre poco più della metà dei lavoratori utilizza regolarmente strumenti informatici connessi alla rete. La diffusione dell’e-commerce e degli acquisti digitali resta inoltre limitata.
Giovani e laureati: il capitale umano che manca
Una parte rilevante dell’analisi è dedicata al tema delle competenze. Meno del 19% dei sardi tra 25 e 64 anni possiede una laurea, contro oltre il 22% della media italiana. Tra gli occupati la quota di laureati è del 23,3%, inferiore al dato nazionale. Il report evidenzia inoltre una crescente emigrazione universitaria. Nell’anno accademico 2023-2024 il 16,2% degli studenti universitari sardi frequentava atenei fuori dall’Isola, mentre gli iscritti nelle università sarde sono diminuiti di oltre 12 mila unità nell’arco di poco più di un decennio. Parallelamente la disoccupazione tra i 25 e i 34 anni raggiunge il 14,8%, contro il 9,5% nazionale, mentre quasi un giovane su cinque rientra nella categoria dei Neet, cioè non studia e non lavora.
Credito più caro e poca apertura ai mercati esteri
Tra gli ostacoli alla crescita, Cna indica anche le difficoltà di accesso al credito. A fine 2025 le imprese sarde pagavano in media interessi del 6,58% sui prestiti per esigenze di liquidità, rispetto al 4,95% nazionale. Anche i finanziamenti destinati agli investimenti risultavano più costosi rispetto alla media italiana. Al tempo stesso la presenza sui mercati internazionali rimane molto limitata. Secondo il report, meno dell’1% delle imprese artigiane opera all’estero e solo il 6,3% delle piccole e medie imprese sarde dispone di una struttura organizzativa adeguata per affrontare i mercati internazionali, contro il 20,7% della media nazionale.
Una Sardegna sempre più divisa
Lo studio mette in evidenza anche forti squilibri territoriali interni. Nell’indice di competitività territoriale elaborato dal Cresme, Cagliari occupa il 34° posto tra le 107 province italiane ed è l’unica provincia del Mezzogiorno presente tra le prime cinquanta. Più indietro Sassari, 75ª, mentre Nuoro, Oristano e Sud Sardegna si collocano nelle ultime posizioni della graduatoria nazionale. Secondo Cna risorse economiche, servizi e popolazione continuano a concentrarsi nell’area di Cagliari, mentre le aree interne perdono competitività e capacità di attrarre investimenti. Un fenomeno che si intreccia con il calo demografico e con le difficoltà infrastrutturali di ampie zone dell’Isola.
Per il presidente regionale di Cna Sardegna, Luigi Tomasi, e per il segretario regionale Francesco Porcu, l’uscita da questa situazione richiede “un patto per la produttività” fondato sulla crescita dimensionale delle imprese, sull’innovazione, sul trasferimento tecnologico, sul rafforzamento delle competenze, sull’accesso al credito e su una strategia di riequilibrio territoriale. Senza un aumento della produttività, avverte l’associazione, la Sardegna rischia di vedere allargarsi ulteriormente il divario rispetto alle aree più dinamiche del Paese.
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