Cinque Terre, Viviani: “Agricoltura base di sopravvivenza del parco. Troppo spesso nei menu dei nostri ristoranti non troviamo i vini del territorio”


Come è andata l’estate 2026 alle Cinque Terre? E soprattutto, quale futuro attende un territorio in cui turismo e tutela del paesaggio sono strettamente legati? Mentre si attendono i dati definitivi sulla stagione appena conclusa, la percezione è quella di un lieve rallentamento delle presenze nei mesi di maggiore afflusso, accompagnato però da un progressivo allungamento della stagione turistica. Un cambiamento che apre nuove prospettive, ma anche interrogativi sulla capacità del territorio di accogliere visitatori durante tutto l’anno. Ai microfoni di Infoweekend, il format del sabato mattina di Rlv – La Radio a colori, Lorenzo Viviani, presidente del Parco Nazionale delle Cinque Terre invita a guardare oltre i meri numeri e a interrogarsi sulla qualità dell’offerta turistica, sulla distribuzione dei flussi e sulla necessità di promuovere una conoscenza più ampia e consapevole del territorio. Accanto alla destagionalizzazione, c’è poi una sfida altrettanto decisiva: garantire un futuro all’agricoltura e alla viticoltura eroica, custodi di un paesaggio modellato nei secoli dal lavoro dell’uomo. Perché la salvaguardia dei terrazzamenti e dei muri a secco non riguarda soltanto la tutela ambientale, ma anche la tenuta economica e sociale delle Cinque Terre. Da qui l’appello agli operatori turistici a valorizzare maggiormente i prodotti locali, a partire dai vini, reinvestendo così nella stessa terra da cui provengono le opportunità di lavoro e di sviluppo.







Di certo, il Parco è una sorta di termometro del turismo del nostro territorio. “I dati definitivi sono ancora da verificare, ma a livello di percezione posso dire che stiamo allungando molto la stagione. C’è sempre tanta gente e, in questo periodo, sta arrivando un turismo più legato alla natura, ai percorsi e alle passeggiate. Stiamo cercando di incentivare una maggiore conoscenza del territorio – dice Viviani rispondendo alle domande di Emiliano Diglio e Alessandro Bertamino -. Molti operatori hanno registrato delle flessioni durante l’estate, ma le hanno compensate in altri periodi. Ad agosto, per esempio, sembra che ci siano state meno persone che pernottavano sul territorio. Il turismo italiano e quello internazionale continuano ad arrivare, ma abbiamo bisogno di dati più precisi. Da questo punto di vista il Parco sta lavorando anche a un progetto supportato dal Ministero del Turismo, con un cofinanziamento del Parco stesso, per un totale di 800 mila euro, metà dei quali a carico del Parco. L’obiettivo è censire i flussi turistici e capire come gestirli meglio”. Qual è il desiderio per quello che avverrà domani: “Vorremmo sempre più che il turista non fosse soltanto una persona di passaggio, ma diventasse un «residente temporaneo»: qualcuno che abbia voglia di conoscere davvero il territorio, spostarsi anche nelle zone meno frequentate, visitare l’entroterra e scoprire luoghi come Portovenere, Levanto e le aree circostanti. Per tracciare la rotta, però, dobbiamo aspettare i dati. Non possiamo basarci soltanto sulle percezioni o sulle esperienze dei singoli operatori. Ci sono anche esperienze positive, come quelle delle strutture aderenti alla CETS, la Carta europea del turismo sostenibile, che apprezzano il rapporto con il Parco e il sistema di fidelizzazione, anche attraverso agevolazioni e una corretta narrazione del territorio da parte di albergatori, ristoratori e operatori turistici”.




Turisti in autunno a Corniglia


La percezione è quella di una minore presenza nei mesi di maggiore afflusso, ma anche di una stagione più lunga. I numeri complessivi potrebbero quindi essere simili agli anni precedenti mentre la tanto sbandierata “destagionalizzazione” sta gradualmente avanzando con positività indubbi, soprattutto dal punto di vista esperienziale perché un eventuale calo nei periodi di punta potrebbe anche consentire ai visitatori di conoscere il territorio in maniera più completa, senza limitarsi alle vie e ai borghi più frequentati. Negli anni passati, gli operatori chiedevano proprio una stagione più lunga e una maggiore destagionalizzazione. “È un aspetto che dobbiamo analizzare. Anche a livello regionale, come ha sottolineato l’assessore al Turismo della Liguria, la stagione si è allungata molto. Quando ero ragazzo, per fare un esempio, a Levanto il turismo era soprattutto balneare: gli alberghi si riempivano durante l’estate e c’erano persone che tornavano ogni anno, affittavano la stessa camera o la stessa casa e finivano per entrare a far parte della comunità. Erano veri e propri residenti temporanei. Oggi abbiamo destagionalizzato molto, ma dobbiamo capire se siamo davvero pronti a sostenere questo cambiamento. Non basta lamentarsi quando c’è troppa gente e poi preoccuparsi quando le presenze diminuiscono. La destagionalizzazione significa lavorare per più mesi, mantenere i borghi vivi e garantire servizi, bar e ristoranti aperti anche al di fuori dell’alta stagione. Significa anche poter accogliere le persone con maggiore tranquillità, senza dover concentrare tutto in pochi turni e rischiare di rendere impersonale il servizio. È una sfida che riguarda le istituzioni, chiamate a dare una direzione, ma anche le imprese. Il territorio deve maturare sia sul piano istituzionale sia su quello imprenditoriale. Non è semplice, ma sono abbastanza positivo.




Turisti a Manarola in autunno


E proprio su questi temi, a inizio settimana si è svolto un incontro importante, proprio in occasione della Giornata del paesaggio vitivinicolo. Qual è stato il senso del forum internazionale organizzato alle Cinque Terre? “C’è stato il coinvolgimento del CERVIM, il centro di studi sulla viticoltura eroica, e il patrocinio del MASAF. Sono arrivati videomessaggi dei ministri Gilberto Pichetto Fratin e Francesco Lollobrigida, insieme a relatori italiani e internazionali provenienti da territori simili al nostro, come la Valtellina e altre aree europee caratterizzate da un’agricoltura eroica. Abbiamo voluto affiancare al dibattito interno un confronto con esperienze esterne, perché è importante avere idee chiare, ma anche lasciarsi contaminare dalle buone pratiche di altre aziende, parchi e territori. Erano presenti anche il CREA, centri di ricerca e università italiane, con l’obiettivo di raccogliere spunti per il futuro. La nostra missione è capire come salvaguardare un paesaggio straordinario, caratterizzato da circa 6.000-7.000 chilometri di muri a secco. Oggi stiamo recuperando molti terrazzamenti e sostenendo le aziende agricole, ma il lavoro è complesso. Il Parco e le istituzioni, insieme alla volontà degli agricoltori, stanno contribuendo a mantenere il territorio. La vera sfida è creare le condizioni perché l’attività agricola possa diventare economicamente sostenibile e mantenere i muri a secco anche senza dipendere continuamente dagli incentivi pubblici“, chiarisce il numero uno di Via Discovolo.




Spiaggia Monterosso con bagnanti a fine ottobre


Ultima questione, riguarda il valore economico delle produzioni. Rendere cioè economicamente sostenibile la viticoltura eroica e garantire un futuro alle aziende agricole. “L‘agricoltura delle Cinque Terre oggi beneficia del sostegno del Parco, che contribuisce alla manutenzione dei muri, dei pali e dei terrazzamenti e sostiene anche le monorotaie utilizzate per lavorare sui pendii – spiega Viviani -. Ma questo sistema, in futuro, deve riuscire a reggersi da solo. Faccio un esempio: un ettaro di terreno destinato alla produzione di Barolo può raggiungere valori molto elevati. È un contesto diverso dal nostro, ma vorrei che anche il terreno delle Cinque Terre fosse riconosciuto come prezioso non soltanto perché si trova in una località famosa, ma perché produce un vino di qualità. Non dobbiamo necessariamente raggiungere i valori del Barolo, ma dobbiamo riuscire a far crescere il valore del nostro prodotto, anche attraverso un aumento del prezzo delle bottiglie. Negli ultimi 30-40 anni il vino delle Cinque Terre ha fatto passi da gigante. La cantina sociale ha contribuito a salvaguardare il territorio quando le aziende agricole erano poche, mentre oggi stanno nascendo molte realtà diverse. Abbiamo anche strumenti di promozione come la Strada del Vino, che collega il territorio fino a Bonassola. Il vino, insieme ai limoni e agli altri prodotti locali, rappresenta una risorsa fondamentale. L’agricoltura è la base della sopravvivenza del Parco, perché mantiene il paesaggio e contribuisce alla sicurezza del territorio”.




Turista a Riomaggiore in autunno


Viviani ci tiene a lanciare un messaggio diretto ai ristoratori: “Troppo spesso nei menu dei ristoranti non troviamo i vini del territorio. Questo significa non valorizzare la propria terra e non investire abbastanza nel luogo da cui si trae beneficio economico. Chi lavora con il turismo vive anche grazie a un paesaggio costruito e mantenuto dagli agricoltori. La manutenzione dei terrazzamenti e dei muri a secco è fondamentale per il territorio e per la prevenzione del rischio idrogeologico. Per questo mi aspetto che, negli anni futuri, chi lavora nel turismo comprenda quanto sia importante reinvestire almeno una parte di ciò che guadagna acquistando i prodotti locali. Non chiedo agli operatori turistici di mettersi a costruire muri a secco, ma di contribuire alla sopravvivenza di quel paesaggio anche attraverso le proprie scelte commerciali. Un piatto racconta il territorio e lo stesso vale per un bicchiere di vino locale: è un’esperienza, una storia, un’emozione che accompagna la vacanza”. Anche perchè di vino da proporre questo territorio ne ha con tante varietà e tipologie: “È paradossale che, proprio alle Cinque Terre, non venga valorizzato abbastanza. Bisognerebbe proporlo in maniera positiva, raccontandolo e facendo capire ai visitatori che si trovano in un territorio con una propria identità vitivinicola. Il Parco continuerà a impegnarsi per promuovere questa consapevolezza, ma la valorizzazione dei prodotti locali dovrebbe diventare anche una questione di senso civico e di appartenenza alla comunità”.


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