Ospitiamo il commento dell’onorevole di Fratelli d’Italia, Giandonato La Salandra — Commissione Agricoltura, Camera dei Deputati all’editoriale di Massimo Fragassi pubblicato nelle scorse ore sulla nostra testata.
Ho letto con interesse l’analisi con cui Massimo Fragassi, su queste colonne, ha acceso i riflettori sulla crisi dei costi che soffoca le nostre campagne. Gli riconosco un merito indiscutibile: aver detto che il problema esiste ed è di lungo corso. Secondo le rilevazioni diffuse, nelle settimane dell’ultimo shock energetico il gasolio agricolo è rincarato di 40-45 centesimi al litro, contro i 18-19 del gasolio per autotrazione. Aggiungiamo i fertilizzanti e il peso della grande distribuzione nelle trattative sui prezzi: sulla diagnosi, nulla da obiettare.
Le terapie suggerite, tuttavia, rischiano di trascurare i vincoli normativi e gli strumenti già messi in campo dal Governo per sostenere il comparto. Non ho interesse a fare il giurista, ma le regole valgono anche in agricoltura e le illusioni costano più dei problemi. A un agricoltore a cui si promette un prezzo per decreto, salvo poi vederlo cancellare da Bruxelles o da un tribunale, toccherebbe perdere due volte: la fiducia e la stagione. È un rischio che la politica ha il dovere di evitare, senza cedere alla tentazione di facili slogan.
Cominciamo dal prezzo minimo per legge. Il TFUE vieta le intese tra imprese che falsano la concorrenza, compresa la fissazione concordata dei prezzi, salvo le deroghe espressamente previste dalla disciplina europea, come quelle riconosciute alle organizzazioni di produttori nell’ambito dell’OCM. Se è lo Stato a imporre un prezzo, entrano in gioco anche la libera circolazione delle merci e le regole comuni del mercato agricolo. Non è la Corte di giustizia a “multare” direttamente il legislatore: è la Commissione europea che può avviare una procedura d’infrazione, fino all’eventuale giudizio. Una legge costruita senza considerare questi vincoli nascerebbe già con il fiato corto.
Questo non significa arrendersi, ma scegliere gli strumenti che funzionano. Il decreto legislativo n. 198 del 2021, che ha recepito la direttiva europea sulle pratiche commerciali sleali, richiama già i costi di produzione elaborati da ISMEA. La formulazione originaria, tuttavia, non ha prodotto i risultati attesi. Per questo il Governo è intervenuto nel 2024, rafforzando il ruolo del costo medio di produzione e affidando a ISMEA l’elaborazione dei criteri e delle metodologie per determinarlo periodicamente. L’obiettivo è contrastare le vendite sotto costo e fare in modo che i prezzi concordati nei contratti di cessione tengano conto dei costi sostenuti dagli agricoltori.
Anche i controlli sono stati rafforzati. Ai mercati all’ingrosso è stato attribuito il compito di segnalare tempestivamente all’ICQRF eventuali violazioni della normativa, mentre sono state destinate risorse al potenziamento dell’attività di vigilanza e contrasto sul campo. È questa la direzione da seguire: contratti più trasparenti, costi di produzione riconosciuti e controlli effettivi. Meno slogan, più diritto.
Lo stesso vale per le clausole specchio. La politica commerciale è competenza esclusiva dell’Unione europea: né l’Italia né una Regione possono bloccare autonomamente le merci alle frontiere. Ma sarebbe un errore considerare chiusa la partita. La Commissione ha annunciato un maggiore allineamento degli standard di produzione per i prodotti importati, a partire dai pesticidi e dal benessere animale, nel rispetto delle regole internazionali. È una battaglia che il Governo e il ministro Lollobrigida stanno portando avanti nelle sedi opportune, anche attraverso il confronto sulla compatibilità con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Lo stesso principio vale per il Traffico di Perfezionamento Attivo, il regime doganale che consente di importare materie prime extra-UE in sospensione dei dazi per trasformarle e riesportarle. Il problema non è la sua esistenza, ma l’effettività dei controlli su origine, residui e riesportazione. Su questi aspetti occorre mantenere una posizione ferma.
Quanto agli extraprofitti della grande distribuzione organizzata, non sono un tabù, ma neppure una bacchetta magica. La Corte costituzionale ha riconosciuto la legittimità del contributo straordinario a carico delle imprese energetiche, valorizzandone il carattere eccezionale, temporaneo e solidaristico. Eventuali interventi analoghi richiederebbero però una base imponibile coerente, un nesso con l’emergenza, proporzionalità e durata limitata. Anche gli aiuti finanziati con queste risorse dovrebbero rispettare le regole europee. Si può intervenire, ma servono rigore tecnico e tempi adeguati, non misure annunciate per raccogliere applausi.
C’è poi la responsabilità politica, che è giusto non nascondere. In questi anni, l’impianto europeo delle regole ambientali ha aumentato gli oneri per i produttori senza adeguate compensazioni. Il ritiro, nel 2024, della proposta sull’uso sostenibile dei pesticidi e la successiva stagione di semplificazione della PAC confermano che le preoccupazioni degli agricoltori meritavano ascolto.
Al tempo stesso, occorre distinguere le cause della crisi. L’ultima impennata del gasolio è legata allo shock energetico seguito alla guerra in Medio Oriente. Su questo fronte il Governo ha mantenuto le agevolazioni sul gasolio agricolo, per oltre un miliardo e mezzo di euro, come ricordato dal ministro Lollobrigida. Se vi sono state speculazioni sui prezzi, spetta alle autorità competenti accertarle.
Resta la domanda decisiva: che cosa fare davvero? Il singolo produttore, da solo, al tavolo della grande distribuzione subisce il prezzo. Servono Organizzazioni di Produttori e associazioni di OP più forti, cooperative di secondo livello e una massa critica capace di programmare l’offerta e negoziare collettivamente, nei limiti consentiti dalla normativa europea. È lo strumento più solido per riequilibrare i rapporti con la distribuzione e accorciare la filiera.
Servono inoltre indicazioni geografiche capaci di tutelare il nome dei nostri prodotti e consentire loro di competere sul valore, anziché soltanto sul costo. Dove esistono, vanno difese; dove mancano, vanno costruite. E serve un marchio d’area, un “brand Capitanata”, che garantisca tracciabilità, sostenibilità e qualità sui mercati nazionali ed esteri, per una terra che rappresenta uno dei principali bacini agricoli e ortofrutticoli d’Europa.
All’amico Fragassi, che ascolto e leggo con piacere, dico, in conclusione, che la nostra agricoltura non ha bisogno né di illusioni normative né di assistenzialismo di facciata. Ha bisogno di una politica che combatta a Bruxelles per la reciprocità degli standard e per accordi commerciali equilibrati, che porti a compimento il lavoro sui costi di produzione nei contratti di filiera, e di imprese capaci di aggregarsi per rivendicare sul mercato, senza scorciatoie, il giusto valore del proprio lavoro. Su questo, e non sui prezzi d’imperio, sono pronto a confrontarmi dove e quando vorrà.
Seguici anche su Instagram – Clicca qui
Ricevi gratuitamente le notizie sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



