Mentre in Italia esplodono lo sdegno e le proteste per la morte di Abderrahim Fakir, in Germania si riapre il dibattito su un caso molto simile. L’8 aprile scorso Pedro Corona, educatore trentenne originario del Venezuela e residente a Colonia, è finito in coma, con danni cerebrali permanenti, in seguito a un intervento della polizia, chiamata per portare a termine un ricovero coatto del quale Corona non era stato informato. Nel corso dell’intervento l’uomo ha subito un arresto cardiaco e il suo cuore è rimasto fermo per oltre venti minuti. La famiglia, il legale e gli amici avevano immediatamente denunciato un uso smodato e immotivato della forza da parte della polizia, ma la Procura di Colonia aveva inizialmente dichiarato di non ravvisare alcuna irregolarità nel comportamento delle forze dell’ordine e di non aver individuato alcun motivo per aprire un’indagine. Nelle ultime settimane, dopo l’emersione di nuove prove, fra le quali un filmato realizzato dallo stesso Corona prima di essere violentemente atterrato dagli agenti, la medesima Procura ha disposto una nuova verifica degli atti sulla base dei nuovi documenti e della lettera di dimissione dell’ospedale universitario di Colonia.
Il video ritrovato sul cellulare sequestrato
Alle 19:34 dell’8 aprile, Corona ha filmato attraverso lo spioncino della propria porta una dottoressa del pronto soccorso e due agenti fermi nel corridoio. Nel filmato, che dura 43 secondi, lo si sente chiedere, con tono preoccupato ma pacato, perché dovrebbe uscire di casa. A un certo punto, uno degli agenti blocca lo spioncino. A quel punto, Corona apre la porta spontaneamente e viene immediatamente atterrato. Lo si sente urlare “Aiuto! Violenza!”. Il dispositivo è stato sequestrato subito dopo l’intervento e solo dopo settimane di richieste è stato consegnato al legale della famiglia, Simón Barrera Gonzàles.
Secondo Julian, il compagno di Pedro, Corona ignorava del tutto di essere destinato a un ricovero coatto in una clinica psichiatrica, disposto dalla dottoressa del 118 dopo un breve colloquio. Erano stati i suoi amici a chiamare l’ambulanza, perché Pedro, che aveva già sofferto di problemi psichiatrici in passato, aveva manifestato sintomi che li avevano preoccupati. Tuttavia, assicurano il compagno e gli amici, non era mai stato violento né aggressivo con nessuno.
Le possibili cause dell’arresto cardiaco: Pedro Corona è stato bloccato a faccia in giù, con il torace compresso, ed è stato pesantemente sedato
La ricostruzione dei fatti si basa sugli atti dell’indagine preliminare e sulla lettera di dimissione dell’ospedale universitario di Colonia, entrambi riportati da diversi media tedeschi e diffusi dall’iniziativa “Giustizia per Pedro”, attivata da familiari e amici della vittima. Corona, dopo essere stato atterrato davanti alla porta di casa, sarebbe stato immediatamente ammanettato, legato con fascette a mani e piedi e il viso gli sarebbe stato coperto con una prima mascherina anti-sputo e poco dopo con una seconda, perché la prima si sarebbe rivelata difettosa. La dottoressa presente gli avrebbe somministrato per via nasale la massima dose consentita del sedativo midazolam, secondo quanto riferito dal suo avvocato.
Corona sarebbe rimasto a pancia in giù per almeno venti minuti, con due agenti, uno per lato, inginocchiati sulla sua schiena. Dopo un’ora e mezza dopo l’inizio dell’intervento, sarebbe sopraggiunto un arresto cardiaco durato 23 minuti. Prima di procedere alla rianimazione sulla barella, riferisce il procuratore capo Ulrich Bremer, si sarebbero dovute cercare le chiavi delle manette. Corona è stato poi messo in coma farmacologico all’ospedale universitario. Per i medici, la causa più probabile dell’infarto è una carenza di ossigeno legata alle modalità di immobilizzazione: un’ipotesi che gli atti d’indagine, secondo quanto emerso finora, non smentiscono.
Le versioni dei fatti a confronto
Bremer aveva descritto, già alla fine di aprile, una dinamica diversa, dicendo che Corona si sarebbe opposto con violenza al trasferimento in ospedale, colpendo con pugni e calci i primi due agenti intervenuti, sputando sangue e mordendo al braccio un’agente ventiquattrenne, poi sottoposta ad accertamenti sanitari. Sarebbero stati necessari altri sei agenti per sedarlo e portarlo fuori dall’abitazione. Sulla base delle audizioni del personale coinvolto e delle immagini delle bodycam, la Procura aveva dichiarato di non rilevare, in una prima fase, elementi che facessero pensare a un uso illegittimo della forza.
Anche il comunicato della questura di Colonia insiste su una resistenza definita “forte”: Corona avrebbe urlato, si sarebbe irrigidito contro le prese degli agenti nonostante le spiegazioni fornite attraverso la porta chiusa. Di segno opposto è la lettura dell’avvocato Barrera Gonzàles, che parla di una negligenza sufficiente da sola a giustificare l’apertura di un’indagine formale, cosa che, sottolinea, non è ancora avvenuta.
Secondo la ricostruzione dell’avvocato, inoltre, le registrazioni delle bodycam registrerebbero, durante l’intervento, risate e commenti dispregiativi ai danni di Pedro Corona che, in quel momento, avrebbe dovuto essere, per gli agenti, solo una persona bisognosa di aiuto e di cura. Una poliziotta avrebbe rivolto a Corona un epiteto dispregiativo (“Spacko”, termine offensivo utilizzato per indicare una persona stupida, strana o dalle ridotte capacità mentali), mentre altri agenti avrebbero scherzato sulla possibilità di rasargli i capelli, lunghi e ricci, e avrebbero fatto battute omofobe legate alla condizione di sieropositività. Gli amici presenti alla chiamata di emergenza avevano infatti informato la centrale operativa che Corona è sieropositivo e lo stesso Corona, riferisce il legale, avrebbe precisato di seguire una terapia che lo colloca sotto la soglia di contagiosità.
Barrera Gonzàles contesta il fatto che sia la polizia sia la Procura abbiano richiamato la condizione di salute dell’uomo per inquadrare l’episodio, leggendovi un tentativo di costruire attorno a Corona la figura del “migrante tossicodipendente e pericoloso”, funzionale, a suo dire, ad attenuare la responsabilità degli agenti facendo leva su pregiudizi di matrice razzista. Per il legale, gli agenti non avrebbero trattato Corona come una persona che soffriva di una patologia psichiatrica e quindi soggetto di protezione e di assistenza, bensì come una minaccia da neutralizzare.
Lo stato attuale dell’indagine e le condizioni di Corona
A oggi la Procura di Colonia non ha ravvisato elementi sufficienti per aprire un procedimento contro gli agenti coinvolti, ma non ha nemmeno chiuso definitivamente la verifica: gli inquirenti hanno dichiarato di stare confrontando le informazioni divulgate pubblicamente con quanto già agli atti, senza poter fornire, per il momento, ulteriori dettagli. È stato inoltre richiesto formalmente il video del cellulare di Corona, non condiviso con la Procura prima della sua pubblicazione, una scelta che gli inquirenti hanno criticato apertamente. Le verifiche in corso riguardano in particolare la correttezza della procedura di immobilizzazione, dopo che la lettera di dimissione dell’ospedale universitario ha reso pubblici dettagli fino ad allora non noti.
L’indagine sui colleghi di Colonia è condotta, per prassi legata a ragioni di neutralità, dalla polizia di Bonn. Corona si trova tuttora in stato di coma vigile: ha gli occhi aperti ma non ha più ripreso conoscenza, e secondo i medici, i danni cerebrali riportati sono estesi e permanenti. Non è previsto che riprenda conoscenza, ma, anche qualora si risvegliasse, i medici hanno reso chiaro che il resto della sua vita sarebbe segnato da una gravissima disabilità sia fisica che cognitiva. È accudito dal compagno Julian, mentre la madre e la cugina lo hanno raggiunto in Germania dal Venezuela. Una raccolta fondi promossa dai sostenitori dell’iniziativa “Justice for Pedro” mira a coprire le spese di viaggio, alloggio, cure mediche e assistenza legale. Sul corpo dell’uomo, riferisce l’avvocato, sarebbero stati riscontrati ematomi non riconducibili alle manovre di rianimazione, un elemento che la difesa considera ulteriore motivo per procedere con un’indagine formale nei confronti degli agenti intervenuti.
Il precedente di Ibrahima Barry
La dinamica dell’immobilizzazione in posizione prona con pressione sulla schiena richiama un procedimento parallelo in corso a Mülheim an der Ruhr, dove nove agenti sono attualmente sotto processo per lesioni personali gravi commesse in servizio. Due anni fa, con modalità di contenimento simili, perse la vita Ibrahima Barry, giovane rifugiato originario della Guinea: anche in quel caso i medici legali indicarono nella combinazione di ipossia e infarto, sopraggiunti mentre l’uomo era trattenuto a pancia in giù, la causa del decesso.
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Redazione Il Mitte
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