Prima l’eroe, poi il “mostro”: il caso Cappellari e l’ipocrisia di stampa e politica | 7 Comuni Online


Nella vicenda di Adriano Cappellari c’è una parte che riguarda lui e una parte, probabilmente più ampia, che riguarda chi quel personaggio lo ha costruito e adesso mostra una certa fretta di smontarlo.

Va detto subito che Cappellari è un indagato, con tutto quello che la parola comporta, e che la ricostruzione secondo cui avrebbe organizzato da solo le minacce e l’attentato incendiario appartiene alla Procura di Vicenza, che l’ha formulata sugli accertamenti dei Carabinieri mentre siamo ancora alle indagini preliminari e il suo legale Roberto Rigoni Stern ha chiesto un nuovo interrogatorio per chiarire la posizione del ragazzo. La presunzione di innocenza vale soprattutto adesso che la storia sembra scriversi da sola e vale nel corpo degli articoli, prima ancora che nella riga di chiusura in cui di solito la sistemiamo per scaricarci la coscienza.

Sul comportamento di chi quella storia l’ha raccontata e rilanciata, invece, si può ragionare già oggi, quale che sia l’esito del procedimento.

Per mesi Cappellari è stato il giovane cronista coraggioso di un paese dell’Altopiano, minacciato dalla criminalità organizzata per il suo lavoro e per la vicinanza a don Maurizio Patriciello e attorno a quella figura si sono accumulati attestati di solidarietà, visite, comunicati, dichiarazioni politiche, presenze pubbliche e alla fine perfino una misura di protezione. Il sindacato dei giornalisti gli aveva assicurato che non sarebbe rimasto solo, la politica nazionale e regionale si era fatta sentire, la vicenda era diventata il simbolo di un attacco alla libertà di stampa.

Stare vicino a una persona che denuncia di essere in pericolo è quello che si fa e nessuno può rimproverarselo. Il problema comincia dopo, quando la solidarietà si trasforma in certificazione e la vicinanza alla presunta vittima finisce per coincidere con l’avallo pubblico di tutto quello che quella persona racconta.

A Cappellari, in fondo, è toccato qualcosa di più della difesa, è stato letteralmente incensato, perché la sua faccia, i vent’anni e la provenienza da Enego facevano di lui una storia che si vendeva da sola, quella del ragazzo di paese apparentemente inoffensivo che sfida la camorra con la penna in mano. Sembrava un film, cosa che avrebbe dovuto suggerire a qualcuno qualche cautela in più.

Proprio chi conosce un minimo un minimo le metodologie della criminalità organizzata e il nostro territorio, avrebbe dovuto porsi qualche domanda in più. Non perché la mafia non possa arrivare in Veneto o nei territori montani. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Ma perché appariva necessario verificare seriamente quale attività giornalistica concreta potesse avere provocato una reazione tanto grave e organizzata.

Quali inchieste aveva firmato, quali interessi aveva toccato, quali nomi aveva fatto: sono le domande che si pongono all’inizio, quando una storia del genere arriva sul tavolo e in questo caso sembrano essere rimaste appese.

Occuparsi di don Patriciello, raccontarne l’impegno e sposarne pubblicamente la battaglia è cosa, mentre il giornalismo d’inchiesta è un’altra faccenda e si riconosce dalle carte che produce. Sostenere che da lì fosse partita una campagna intimidatoria capace di arrivare fino a Enego era un’affermazione enorme: le affermazioni enormi si verificano prima di stamparle anche perchè si tratterebbe di qualcosa che riscriverebbe la storia della metodologia della criminalità organizzata che, fino ad oggi non si è mai sognata di esporsi (con tutto quello che ciò comporta) per un caso del genere.

Possibile che nessuno, nelle redazioni che collaboravano con Cappellari, abbia avvertito la necessità di approfondire questa sproporzione? Possibile ad esempio che l’Altopiano testata con cui tra l’altro l’aspirante giornalista ha iniziato la sua attività non disponesse degli strumenti e della conoscenza territoriale necessari per fare questa distinzione? Eppure bastava leggere la produzione giornalistica del ragazzo per capire che non c’era nulla che giustificasse una tale reazione.

Le spiegazioni possibili sono due e nessuna delle due fa piacere: o chi pubblicava sapeva poco del contesto e di Cappellari oppure qualche dubbio era venuto, ma la storia era troppo bella per rovinarla fermandosi.

Un aspirante cronista di vent’anni, un paese di montagna, un prete simbolo della lotta alla camorra, le lettere scritte in rosso, le cartucce, le fotografie segnate con una croce e alla fine l’ordigno: tutti gli ingredienti erano al posto giusto e permettevano a giornali e politici di mettere la firma su una battaglia nobile.

Era molto più facile abbracciare un simbolo che verificarne la storia.

Oggi la macchina gira nell’altro senso e la stessa vicenda viene ripassata ogni giorno, aperta in ogni dettaglio, rimessa in scena a caccia di reazioni, di lacrime, della richiesta di perdono. I microfoni arrivano perfino ai familiari, così lo smarrimento di persone che con le contestazioni non c’entrano niente diventa l’ennesimo contenuto da mandare in prima pagina.

È lo stesso meccanismo di prima, rovesciato: si costruisce un personaggio senza controllarlo, poi lo si porta in piazza per evitare di ammettere di averlo costruito.

In mezzo rimane una famiglia che non ha chiesto di entrare in questa storia. Rimane un ragazzo di vent’anni con addosso accuse gravissime e una gogna social difficile da sostenere. E rimane un paese, Enego, che prima faceva da fondale alla storia del giovane cronista antimafia e adesso improvvisamente fa da palcoscenico alla sua caduta.

Il giornalismo dovrebbe raccontare tutto ciò che è di interesse pubblico, anche gli elementi più duri dell’inchiesta. Non deve nascondere, minimizzare o proteggere qualcuno per appartenenza professionale. Ma ha il dovere di rispettare la dignità delle persone, l’essenzialità dell’informazione e la presunzione di innocenza. Soprattutto, ha il dovere di controllare l’attendibilità delle informazioni prima di pubblicarle, ricercando la verità sostanziale dei fatti con la maggiore accuratezza possibile. Non sono consigli facoltativi: sono principi contenuti nel Codice deontologico della professione.

Poi c’è la parte che nessuno ha voglia di affrontare, perché quanto è emerso costringe a rileggere anche gli articoli che Cappellari ha firmato finora. Rileggere significa verificare, con la stessa prudenza che è mancata quando ogni sua parola veniva presa per buona e senza cadere nell’errore opposto di buttare via tutto in blocco, perché un pezzo diventa affidabile per come è stato costruito e la testata su cui è uscito conta molto meno.

Gli articoli appoggiati a fonti personali, a ricostruzioni senza documenti, a testimonianze difficili da verificare o a vicende nelle quali era coinvolto lui stesso andrebbero ripresi uno per uno, controllando fonti, carte, dichiarazioni e riscontri; se salta fuori qualcosa di sbagliato si corregge in pubblico, per rispetto di chi legge.

Il punto, del resto, sta anche a monte di quello che Cappellari avrebbe fatto e riguarda chi ha letto quei pezzi, chi li ha corretti, chi li ha mandati in stampa. Un collaboratore giovane può sbagliare, può raccontare male una storia, può perfino, se l’ipotesi degli investigatori verrà confermata, essersi inventato un personaggio, mentre una redazione sta lì apposta perché la credibilità di un giornale non finisca appesa all’affidabilità di una persona sola.

A questo punto per trasparenza bisognerebbe spiegare non soltanto quale sarà il futuro del rapporto professionale con Cappellari, ma anche quali controlli siano stati effettuati in passato.

Vale anche per la politica, che può tenersi la solidarietà di allora, sacrosanta davanti a una possibile intimidazione e ammettere insieme di averci fatto qualche passerella di troppo: prima le foto e i comunicati sulla libertà di stampa, adesso il silenzio, come se celebrare un personaggio fosse cosa diversa dal contribuire a costruirlo.

La libertà di stampa non si difende fabbricando eroi. Si difende ogni giorno tutelando prima di tutti i giornalisti scomodi, quelli che danno fastidio. Troppo semplice celebrare solo chi è funzionale al sistema o inoffensivo.

Le responsabilità penali le accerterà eventualmente un tribunale, mentre l’esame di coscienza del giornalismo potrebbe cominciare anche domani mattina, perché se le accuse reggono a rimetterci sarà la credibilità di un ragazzo di vent’anni e insieme quella di chi chiede agli altri di raccontare la verità e poi si dimentica di verificarla.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Siamo presenti anche su TELEGRAM, iscriviti al nostro gruppo per rimanere aggiornato e ricevere contenuti in esclusiva: https://t.me/settecomunionline


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di