Redazione- Ci sono donne che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. La loro autorevolezza nasce dal modo in cui attraversano la vita, dalle responsabilità che scelgono di assumersi, dalle battaglie che affrontano e dalla capacità di restare fedeli ai propri valori anche quando il cammino diventa difficile. È dentro questa dimensione che si inserisce la figura dell’Ufficiale Caterina Grechi, protagonista di un percorso nel quale il ruolo istituzionale convive con una profonda dimensione umana.
Parlare con lei significa entrare in una storia fatta di impegno, maternità, senso del dovere, appartenenza e sogni. Una storia nella quale la parola “responsabilità” non appare come un semplice concetto, ma come una vera chiave di lettura dell’esistenza.
Responsabilità verso il proprio ruolo, verso la famiglia, verso le persone incontrate lungo il cammino e verso quella società nella quale la donna continua a conquistare spazi, pur dovendo ancora fare i conti con stereotipi, pregiudizi e dinamiche di potere.
Caterina Grechi affronta anche il tema della maternità, raccontandone la gioia e quella trasformazione interiore che porta una donna a guardare il futuro con occhi diversi. Essere madre diventa così non soltanto un’esperienza privata, ma una straordinaria scuola di vita, capace di insegnare pazienza, ascolto e responsabilità.
Nel suo racconto trova spazio anche l’Umbria, terra amata e complessa, capace di suscitare sentimenti apparentemente contrapposti. Un rapporto di amore e, talvolta, di difficoltà che non cancella il legame con una regione dalla forte identità culturale e spirituale. Ed è impossibile parlare dell’Umbria senza incontrare la figura di San Francesco di Assisi, il cui messaggio di semplicità, fratellanza, pace e rispetto per il creato continua a parlare all’uomo contemporaneo.
Ma questa intervista guarda anche alle relazioni tra donne. Alla necessità di superare rivalità, competizioni e atteggiamenti che troppo spesso trasformano il successo di una donna nella presunta sconfitta di un’altra.
Caterina Grechi rivendica invece il valore della solidarietà e della capacità di tendere la mano, soprattutto quando si ricoprono ruoli che consentono di aprire nuove strade.
Non manca una riflessione sulle ferite del percorso. Perché anche chi ricopre incarichi autorevoli può incontrare persone che, invece di incoraggiare, scelgono di ostacolare. Figure che utilizzano il proprio prestigio non per costruire opportunità, ma per chiudere porte. Un tema affrontato senza rancore, ma con una considerazione precisa: l’autorevolezza autentica non dovrebbe mai essere uno strumento per ridimensionare gli altri. Al contrario, dovrebbe diventare una responsabilità capace di valorizzare.
E poi ci sono i sogni: quelli già realizzati e quelli ancora custoditi nel cassetto. Perché una vita piena non è una vita priva di desideri, ma una vita che continua a progettare, a interrogarsi e a guardare avanti.
È proprio partendo da questi temi che nasce il dialogo con Caterina Grechi: un’intervista che supera i confini del ruolo professionale per raccontare la persona, la donna, la madre e l’essere umano. Una conversazione sul valore delle scelte, sul significato della responsabilità e sulla necessità, oggi più che mai, di non permettere alle difficoltà o alle incomprensioni degli altri di spegnere la propria luce.
«Mi considero una donna che ha scelto di vivere con coerenza, responsabilità e rispetto. Se c’è qualcosa che può rendere una persona davvero senza tempo, non è la fama né l’immagine, ma la capacità di custodire valori, affrontare le difficoltà senza perdere la propria umanità e continuare a credere nei propri sogni. La vera eleganza, per me, è rimanere fedeli a se stessi, soprattutto quando sarebbe più facile cambiare per piacere agli altri», C.Grechi.
L’INTERVISTA…
Ufficiale Grechi, partirei da una parola che oggi viene pronunciata spesso, ma non sempre compresa fino in fondo: ‘donna’. Che cosa significa essere donna nella società contemporanea?
Significa, prima di tutto, avere il diritto di essere se stesse. La donna contemporanea vive una stagione di grandi conquiste, ma anche di profonde contraddizioni. Abbiamo raggiunto ruoli e responsabilità che un tempo sembravano impensabili, eppure ancora oggi ci troviamo a dover dimostrare, talvolta più degli uomini, di essere all’altezza. Io credo che la vera libertà consista nel non dover scegliere tra autorevolezza e sensibilità, tra carriera e famiglia, tra forza e fragilità. Una donna può essere tutto questo contemporaneamente.
Lei rappresenta un ruolo istituzionale. Quanto è importante, in un contesto così rigoroso, non perdere la propria dimensione umana?
È fondamentale. Un’uniforme rappresenta un ruolo, ma non cancella la persona che la indossa. Dietro ogni grado, ogni incarico e ogni responsabilità esiste una donna con la propria storia, i propri valori, le proprie paure e i propri sogni. Credo che l’autorevolezza autentica non nasca dalla distanza, ma dalla capacità di essere rispettati senza smettere di essere umani. È una differenza sottile, ma sostanziale.
Nella Sua vita c’è anche la maternità. Che cosa Le ha insegnato essere madre?
La maternità mi ha insegnato una forma d’amore che non conosce calcolo. È una gioia immensa, ma anche una responsabilità quotidiana. Quando diventi madre cambia la prospettiva con cui guardi il futuro: non pensi più soltanto a ciò che desideri per te, ma a ciò che vorresti lasciare a chi verrà dopo di te. Mi ha insegnato la pazienza, la capacità di ascoltare e, soprattutto, mi ha fatto comprendere che essere forti non significa non avere paura. Significa continuare ad andare avanti anche quando la paura esiste.
Possiamo dire che la maternità abbia reso ancora più profonda la Sua idea di responsabilità?
Assolutamente sì. Essere madre significa comprendere che ogni gesto può diventare un esempio. I figli osservano molto più di quanto immaginiamo. Per questo credo che il modo migliore per educarli sia cercare di essere coerenti con ciò che insegniamo loro. Ho insegnato ai miei figli che nella vita bisogna lavorare per ciò in cui si crede, rispettare gli altri e non lasciarsi influenzare dai giudizi altrui.
Cosa ha insegnato ai suoi figli?
Che nella vita è importante studiare, impegnarsi, lavorare e non arrendersi mai: perché quando si cade, la vera forza sta nel rialzarsi, imparare dalla caduta e trovare il coraggio di ricominciare.
C’è poi l’Umbria, una terra che sembra occupare un posto particolare nella Sua vita. È un amore senza condizioni?
Diciamo che è un amore complesso. L’Umbria per me è un rapporto di amore e, qualche volta, anche di insofferenza. È una terra che sa regalare emozioni straordinarie, ma che mi ha anche posto davanti a situazioni difficili. Però forse è proprio questo il senso dell’appartenenza: non amare soltanto ciò che è perfetto, ma anche ciò che ci mette alla prova. L’Umbria è parte della mia storia e, nel bene e nel male, ha contribuito a rendermi quella che sono.
In questa terra c’è una figura che ha assunto una dimensione universale: San Francesco di Assisi. Che cosa rappresenta per Lei?
San Francesco è una delle figure più rivoluzionarie della storia proprio perché ha scelto la semplicità in un mondo che cercava il possesso. Il suo messaggio continua a essere moderno: la pace, il rispetto per il creato, la fratellanza, l’attenzione agli ultimi. Mi colpisce soprattutto la sua capacità di guardare la vita senza volerla dominare. In una società spesso rumorosa, competitiva e concentrata sull’apparire, Francesco ci ricorda il valore dell’essenziale.
Quasi una lezione necessaria anche per la società di oggi, vero?
Più che mai. Abbiamo tantissimi strumenti per comunicare, ma forse facciamo sempre più fatica ad ascoltarci. Abbiamo la possibilità di mostrare tutto, ma spesso perdiamo il contatto con ciò che siamo realmente. San Francesco ci insegna che non tutto ciò che ha valore deve essere esibito. Alcune delle cose più importanti della vita non fanno rumore.
Veniamo al rapporto tra donne. Lei crede davvero nella solidarietà femminile?
Sì, ma deve essere una solidarietà autentica, non soltanto dichiarata. Una donna dovrebbe essere capace di gioire del successo di un’altra senza viverlo come una minaccia. Purtroppo qualche volta accade il contrario: si giudica, si compete, si cerca di ridimensionare chi emerge. È un atteggiamento che dobbiamo superare. Se una donna raggiunge un traguardo, quel traguardo dovrebbe diventare una porta aperta anche per altre.
E Lei ha incontrato donne che hanno saputo tendere quella mano?
Sì, e alcune hanno lasciato un segno indelebile. Ci sono donne che arrivano nella nostra vita senza fare rumore e diventano punti di riferimento. A loro va una gratitudine particolare. Credo che la vera sorellanza non consista nel dirsi sempre d’accordo, ma nel riuscire a esserci anche quando l’altra attraversa un momento difficile.
Parliamo di sogni. Quali sono quelli che ha già realizzato e che oggi guarda con maggiore soddisfazione?
Alcuni sogni li ho realizzati, altri li ho trasformati strada facendo. E credo sia proprio questo il bello della vita: scopriamo che il sogno iniziale non sempre coincide con quello che realmente ci rende felici. Sono orgogliosa delle responsabilità che ho assunto, del percorso compiuto e soprattutto della persona che sono diventata. Ma non considero nulla come un punto di arrivo definitivo.
Perché chi sogna continua a guardare avanti. Quali sono allora i sogni ancora custoditi nel cassetto?
Ce ne sono diversi. Alcuni riguardano il lavoro, altri la mia crescita personale, altri ancora sono più intimi. Non tutti i sogni hanno bisogno di essere raccontati. Alcuni vanno protetti, coltivati nel silenzio e lasciati maturare. Quello che posso dire è che non ho intenzione di smettere di desiderare. Finché abbiamo un sogno, abbiamo ancora una direzione.
C’è però anche un lato meno luminoso del percorso: le persone che, pur occupando posizioni autorevoli, scelgono di ostacolare il cammino degli altri. È qualcosa che l’ha fatta soffrire?
Sì. E più che rabbia, in me genera tristezza. Perché da una persona autorevole ti aspetti maturità, equilibrio e capacità di riconoscere il valore altrui. Quando invece qualcuno usa il proprio ruolo per chiudere una porta, alimentare una rivalità o impedire a qualcun altro di crescere, secondo me impoverisce prima di tutto se stesso.
Perché secondo Lei alcune persone hanno bisogno di ostacolare gli altri?
Spesso dietro questo comportamento c’è insicurezza. Una persona realmente consapevole del proprio valore non ha bisogno di spegnere la luce degli altri per brillare. Chi è forte può permettersi di valorizzare, incoraggiare, insegnare. Chi invece teme di perdere il proprio spazio può arrivare a considerare il talento altrui come una minaccia. È una dinamica umana che mi dispiace profondamente.
Ha mai pensato che certi ostacoli possano, paradossalmente, diventare una forma di insegnamento?
Si. Assolutamente. Alcune persone ci insegnano come comportarci; altre ci insegnano come non comportarci mai. Le delusioni sono dolorose, ma possono diventare straordinari strumenti di consapevolezza. L’importante è non lasciare che la cattiveria degli altri ci trasformi in persone cattive. Questa, per me, è una delle vittorie più difficili.
Quindi il vero riscatto non è necessariamente arrivare più lontano di chi ci ha ostacolato?
No. Il vero riscatto è arrivare lontano senza perdere noi stessi. Non mi interessa dimostrare qualcosa a chi non ha creduto in me. Mi interessa poter guardare la mia vita e sapere di aver camminato secondo coscienza. Il tempo, alla fine, mette molte cose al loro posto. E credo che non ci sia bisogno di vendicarsi quando la propria serenità diventa la risposta più eloquente.
Se dovesse rivolgere oggi un pensiero alle giovani donne che stanno cercando la propria strada, che cosa direbbe loro?
Direi di non avere paura della propria ambizione. Di studiare, di impegnarsi, di lavorare, e se si cade di alzarsi e ricominciare. Ma soprattutto direi loro di non accettare mai che qualcuno faccia loro credere di valere meno. Nessun ruolo, nessun titolo e nessuna posizione altrui può stabilire il nostro valore. E aggiungerei una cosa: quando arriveranno in alto, non dimentichino chi hanno incontrato lungo la strada e, se potranno, tendano la mano a chi sta iniziando il proprio percorso.
È forse questo il senso più profondo dell’autorevolezza: non chiudere porte, ma aprirne altre.
Esattamente. Una persona autorevole dovrebbe lasciare una traccia, non un’ombra. Dovrebbe fare in modo che dopo il proprio passaggio qualcuno possa dire: “Grazie a quella persona, ho avuto un’opportunità”. Se riuscissimo a ragionare così, avremmo una società molto più umana.
Ufficiale Grechi, se dovesse descrivere in una sola frase la donna che è oggi, quale sceglierebbe?
Direi: una donna ancora in cammino. Ho imparato, ho sbagliato, ho gioito, ho sofferto, ho incontrato persone meravigliose e altre dalle quali ho dovuto prendere le distanze. Ma sono ancora qui, con la voglia di costruire, di amare, di essere madre, di lavorare e di inseguire ciò che ancora non ho realizzato.
E forse è proprio questo il significato più autentico della forza: non essere invulnerabili, ma continuare a camminare nonostante le ferite.
Sì. Perché la forza non è una corazza. È la capacità di rimanere umani dopo essere stati feriti. Di continuare a credere nel bene dopo aver conosciuto la delusione. Di non smettere di sognare dopo un fallimento. E, soprattutto, di non permettere mai a qualcuno di trasformare la nostra luce in qualcosa di cui vergognarci.
Ufficiale Grechi, dopo tutto ciò che ha raccontato, che cosa rappresenta per Lei il senso della vita?
Credo che il senso della vita non sia racchiuso in una risposta uguale per tutti. Per me significa dare valore al tempo che ci è stato affidato, alle persone che incontriamo e alle responsabilità che scegliamo di assumere. Significa amare, costruire, lasciare qualcosa di buono e cercare di non attraversare l’esistenza senza aver fatto la differenza, anche piccola, nella vita di qualcuno. La vita non è soltanto ciò che riusciamo a ottenere, ma ciò che riusciamo a restituire. E forse il senso più autentico sta proprio nel comprendere che ogni giorno abbiamo la possibilità di essere migliori rispetto al giorno precedente.
Se dovesse scegliere una sola parola che sente profondamente Sua, quale sarebbe?
Senza esitazione, direi responsabilità. È una parola che sento molto vicina alla mia vita, al mio ruolo e al modo in cui affronto le relazioni. Essere responsabili significa sapere che le nostre scelte hanno conseguenze, non soltanto su noi stessi ma anche sulle persone che ci sono accanto. La responsabilità non la considero un peso, bensì una forma di libertà: scegliere consapevolmente significa assumersi il coraggio delle proprie decisioni. Anche essere madre significa responsabilità; così come lo è ricoprire un ruolo istituzionale, mantenere una promessa, rispettare una persona, riconoscere un errore. Credo che una società più giusta avrebbe bisogno di recuperare proprio questo valore: meno ricerca di colpevoli e più persone disposte ad assumersi responsabilità. Perché alla fine un ruolo può essere assegnato, un titolo può essere riconosciuto, ma è il senso di responsabilità a dire davvero chi siamo.
Lei ha parlato più volte di responsabilità come di un valore che non dovrebbe essere imposto dall’esterno, ma nascere da una consapevolezza profonda. Che rapporto esiste, secondo Lei, tra responsabilità e amore? E quanto l’amore per gli altri può diventare una forma autentica di responsabilità verso la vita?
Credo che il senso di responsabilità discenda, prima di tutto, dall’amore. Non penso alla responsabilità come a un comando morale, a una regola che qualcuno ci impone o a un dovere che dobbiamo assolvere semplicemente perché è giusto farlo. La responsabilità più autentica nasce quando qualcosa, o qualcuno, diventa importante per noi. Quando amiamo davvero, inevitabilmente cominciamo a prenderci cura. È un passaggio quasi naturale: l’amore ci porta a riconoscere il valore di ciò che abbiamo davanti e, nel momento in cui riconosciamo quel valore, sentiamo di avere una responsabilità nei suoi confronti. Può essere una persona, una relazione, una famiglia, un’amicizia, un lavoro, un progetto, un luogo, persino un ideale. Quando qualcosa entra davvero nel nostro cuore, non possiamo più considerarlo estraneo a noi. Diventa parte della nostra storia e, proprio per questo, ci chiede attenzione, rispetto e cura. La responsabilità, allora, non è più una parola severa. Diventa quasi una forma silenziosa di amore. È esserci quando sarebbe più semplice allontanarsi; mantenere una promessa quando nessuno ci obbligherebbe a farlo; avere rispetto anche quando non riceviamo nulla in cambio. È comprendere che le nostre azioni hanno conseguenze e che ogni gesto, anche il più piccolo, può lasciare una traccia nella vita degli altri. Credo che viviamo in un tempo nel quale spesso si parla molto di diritti e troppo poco di responsabilità. Pretendiamo attenzione, comprensione, rispetto, ma qualche volta dimentichiamo che tutte queste cose devono essere anche offerte. L’amore autentico, invece, non vive soltanto di ciò che riceve: conosce la reciprocità, la presenza, il sacrificio e persino la rinuncia. Per questo penso che essere responsabili significhi anche imparare a guardare oltre noi stessi. Significa comprendere che non siamo isole, che ogni individuo è legato agli altri da fili invisibili. Una parola può ferire, una scelta può cambiare un destino, un gesto di gentilezza può restituire fiducia a chi l’aveva perduta. Siamo molto più interconnessi di quanto immaginiamo.
E c’è una responsabilità ancora più grande: quella verso ciò che ci circonda. Vero?
Sí. Verso la natura, verso la cultura, verso la memoria, verso le cose che abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti e che, idealmente, dovremmo consegnare a quelle future in condizioni migliori. Anche in questo caso tutto nasce dall’amore: se amo il luogo in cui vivo, non posso distruggerlo; se amo la cultura, non posso trattarla con superficialità; se amo la memoria, non posso permettere che venga cancellata dall’indifferenza.
Forse è proprio questo il senso più alto della responsabilità?
Comprendere che la vita non ci appartiene completamente. Ci viene affidata. E ciò che ci viene affidato merita cura.
Penso che una persona responsabile non sia necessariamente una persona perfetta. Lei è d’accordo?
Sì. È una persona che sa fermarsi, interrogarsi, riconoscere i propri errori e assumersi il peso delle proprie scelte. È qualcuno che non cerca sempre un colpevole fuori di sé, ma ha il coraggio di domandarsi: che cosa posso fare io? Ecco perché considero la responsabilità una delle forme più alte dell’amore. Perché amare non significa soltanto provare un sentimento: significa prendersi cura di ciò che quel sentimento ha generato. Significa custodire, proteggere, rispettare. In fondo, credo che la vera maturità consista proprio in questo: passare dal desiderio di essere amati alla capacità di amare responsabilmente. E forse la vita, alla fine, ci chiede proprio questo: non quanto siamo riusciti a possedere, non quante persone abbiamo conquistato, non quante volte siamo stati celebrati, ma quanta cura abbiamo saputo lasciare dietro di noi.
Perché ciò che nasce dall’amore può diventare memoria. E ciò che viene custodito con responsabilità può continuare a vivere anche quando noi non saremo più lì a raccontarlo.
Grazie, Ufficiale Grechi. Oggi non abbiamo incontrato soltanto una donna che ricopre un ruolo importante, ma una persona che ha scelto di raccontare ciò che esiste dietro quel ruolo: la madre, la professionista, la donna, i suoi legami, le sue ferite e i suoi sogni.
Grazie a Lei. Credo che ogni donna porti dentro una storia che merita di essere ascoltata. E forse il senso più bello del nostro cammino è proprio questo: arrivare a un certo punto della vita e comprendere che non dobbiamo essere perfette. Dobbiamo essere vere.
Caterina Grechi racconta così una femminilità consapevole, capace di tenere insieme autorevolezza e sensibilità, maternità e impegno, radici e futuro. Nelle sue parole emerge una certezza: la vera forza non sta nel non cadere, ma nel trovare ogni volta il coraggio di rialzarsi. E quella parola, responsabilità, diventa la sintesi di un percorso fatto di scelte, valori e sogni ancora da realizzare.
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Ilaria Solazzo
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