VENEZIA – Rivendica il ruolo di Ca’ Foscari per fare di Venezia una città viva, meno turistica, più a misura di studenti. Marco Sgarbi, il rettore più giovane che Ca’ Foscari abbia mai avuto, ordinario di storia della filosofia, classe 1982, vuole partire proprio dalle politiche per i giovani. Ai suoi studenti intende garantire più alloggi, più agevolazioni, più spazi ricreativi. Punta molto sul campo scientifico e tecnologico di Mestre e su quello da sviluppare a Treviso, dove ha già fatto una prima uscita.
Rettore, il Gazzettino ha aperto un dibattito sulla necessità di una Venezia città viva. Che ruolo può avere Ca’ Foscari?
«L’università deve essere uno degli attori principali per rendere viva Venezia in un modo diverso rispetto al turismo. Noi portiamo ricerca, innovazione, cultura. È esattamente questa l’immagine che Ca’ Foscari potrebbe proporre più di quanto ha fatto in passato per dare un’impronta diversa alla città. Abbiamo 20mila studenti che hanno un impatto, un indotto. Vanno valorizzati perché creano un valore, molto più di uno spazio turistico. Un valore culturale, simbolico, di rilancio. Un contrasto alla monocultura turistica. Sono contento di avere il supporto del sindaco in questo, c’è totale sintonia con Simone Venturini, è molto attento ai giovani. L’obiettivo comune è di fare di tutta Venezia, Mestre compresa, un luogo dove l’università c’è per trasformare la città in senso positivo».
Lei ha messo al centro del suo programma l’idea di una Ca’ Foscari multi campus, articolata tra Venezia, Mestre e Treviso. Come riorganizzerà l’ateneo?
«Voglio valorizzare tutte le anime di Ca’ Foscari. Oggi ci sono aree viste come periferie di un centro. L’idea è di sfruttare opportunità che a Venezia non possono essere sfruttate, con un pensiero forte su Treviso e su Mestre, che hanno nature complementari a quello che viene fatto in isola. Per questo non penserei a una riorganizzazione, ma a un potenziamento di quelle aree».
In che modo? Ci sarà qualche trasferimento di corso?
«Assolutamente no, al momento non è previsto. Per potenziare Treviso l’idea è di sviluppare un’offerta formativa targhetizzata sul territorio. In un’ottica di botton up: devono essere i dipartimenti a fare le proposte. L’idea è che tutto l’ateneo possa investire lì».
E i progetti per Mestre?
«Il campus è già molto caratterizzato dal punto di vista scientifico tecnologico. Ci sarà la Challenge school da sviluppare come Business school. Ma soprattutto voglio investire sui servizi da dare ai nostri studenti. Per me è la cosa più importante. Tutto il resto discende. Non a caso, la prima cosa che farò sarà l’estensione della no tax area, alzando la soglia da 20.000 a 30.000 euro. Ci tengo al diritto allo studio in tutte le sue declinazioni, rispetto a Venezia, Mestre e Treviso: è l’asse su chi voglio puntare soprattutto all’inizio. Bisogna creare un ambiente a misura di universitari, ne ho già parlato con i sindaci di Venezia e Treviso, ne parlerò anche con il presidente della Regione».
Che numeri di studenti hanno oggi le tre sedi. E che obiettivi si è dato?
«Venezia 14.812, Mestre 2.175, Treviso 1.306. Punto ad aumentare sicuramente i numeri di Mestre e Treviso. Per Venezia il tema è aumentare la qualità e offrire servizi di un certo tipo. In isola c’è il nucleo storico di economia, management, humanities e lingue. Questo resterà il cuore pulsante di Ca’ Foscari».
Come pensa di assicurare più servizi agli studenti?
«Voglio lavorare con Esu, le priorità sono gli studentati e le mense. Poi si possono pensare a convenzioni con tutto il tessuto produttivo che può offrire servizi per agevolare gli universitari. Ho detto anche agli studenti di darsi da fare. Dobbiamo lavorare insieme ad un’immagine che sia davvero alla portata degli studenti».
C’è già qualcosa di concreto?
«Non ancora. Mi sto battendo soprattutto per gli studentati. Voglio avere quello di Treviso il prima possibile. Tra Venezia e Mestre oggi abbiamo 2.185 posti letto in queste strutture, di cui un migliaio a tariffe agevolate. L’obiettivo di fine mandato è di arrivare a 2.800 posti. Sto cercando anche spazi di altro tipo a Mestre, vicino alla stazione, dove più si muovono i nostri studenti, per creare aree studio, luoghi di socializzazione che mancano: oggi capita che finite le lezioni, alle 18, tutti spariscano. Sto cercando di lavorare con Forte Marghera, e con tutte le realtà che hanno spazi, perché i nostri studenti abbiano uno sfogo la sera. Bisogna mostrare che c’è una città fatta di universitari, persone qualificate, che guideranno il mondo».
E per la Venezia d’acqua? Trovare spazi rischia di essere una missione impossibile con la concorrenza del mercato turistico?
«Nulla è impossibile. Con Esu abbiamo lavorato bene, continueremo a farlo. Certamente si fa fatica a trovare alloggi. Il tema è cercare le opportunità. Il diritto allo studio dipende da Regione e Comune. Il nostro lavoro è stare uniti come istituzioni per cogliere le occasioni, per cercare soluzioni forti che diano una immagine diversa di una città che sembra solo preda del turismo. Va raccontata la città vissuta dagli studenti».
Insomma anche Venezia insulare ha chance in questa prospettiva?
«Certo che le ha. Il mio timore è che Venezia, con la sua grandezza, sia usata come immagine. Quello che noi portiamo è la sostanza. E lo facciamo anche a Mestre. Va tolta questa percezione di sede di serie A e serie B».
E la percezione di Venezia solo vetrina? Può essere difficile portare sostanza in un centro storico soffocato dal turismo…
«Esattamente il contrario. Non voglio che Venezia sia usata come merchandising. Siamo nel luogo più bello del mondo perché facciamo le cose più belle del mondo. Questo è il ruolo dei centri di ricerca, delle università. Soprattutto a Venezia che ha questo contrasto con i turisti. L’università è una presenza permanente. Da valorizzare».
Qualche esempio concreto da sviluppare a Venezia
«Il nostro collegio internazionale. Oggi siamo in affitto a Santa Marta. Vogliano trovare una nostra sede iconica. Sono un’ottantina di giovani qualificati, in arrivo da tutto il mondo, che vivono a Venezia. Questa è la cosa importante, la nostra vocazione».
Nel suo programma lei immagina di sviluppare una Business school con una nuova sede. Dove?
«Ci sono diverse opzioni. Deve essere raggiungibile facilmente. Abbiamo ancora un anno di contratto al Vega. Potremmo avvicinarsi al campus scientifico o andare in centro a Mestre. Dovrà essere un luogo iconico. Voglio rilanciare questa realtà che è un interfaccia con il territorio estremamente importante».
Lei ha annunciato la costituzione di un istituto di studi sul futuro e programmazione strategica. In cosa consisterà?
«Sarà una revisione del nostro hub di ricerca sulle global challenges. Rispetto a grandi temi, come l’innalzamento del mare o la scarsità di acqua potabile, si parte dallo scenario auspicabile e si studiano le azioni da intraprendere perché diventi quello realizzato. Un approccio opposto a tutte queste distopie che ci circondano. Vorrei entrare nel tema del public engagment. Queste ricerche possono avere un impatto».
In che modo?
«Professori e ricercatori possono sviluppare un tema all’anno, da presentare in un’intera giornata dedicata alla ricerca, organizzata sulle tre sedi, con appuntamenti pensati per pubblici diversi: dalla mattina per le scuole, alla sera per i giovani. Dobbiamo mostrare che l’università è importante, che la ricerca può cambiare il mondo e che gli studenti avranno gli strumenti per farlo. Ovviamente per cambiarlo in meglio».
Di questi tempi meglio precisarlo…
«Bisogna infondere positività. Il mondo è migliorato in questi anni. A dispetto della società che dice che tutto va male. Certo, ci sono aspetti negativi. Ma in trent’anni sono aumentati i diritti delle donne, della comunità Lgtbq, abbiamo superato la crisi finanziaria del 2008, la pandemia. Se lavoriamo bene, pensando al futuro auspicabile, dobbiamo essere ottimisti. Non a caso, ai miei prorettori, ho letto un testo di Kant che lo dice: dobbiamo pensare di agire per il cambiamento, altrimenti il cambiamento non avverrà mai. L’autoprofezia negativa si autoavvera. Ecco perché bisogna ridare fiducia ai nostri giovani, alla loro possibilità di agire».
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