Redazione- Nel panorama dell’impegno sociale dedicato alle persone con disabilità, il valore delle associazioni si misura soprattutto nella capacità di trasformare i principi dell’inclusione in opportunità concrete. È in questa prospettiva che si inserisce il lavoro di Moira Paggi, figura impegnata nel mondo di ANFFAS Per Loro, realtà che pone al centro della propria attività la persona, i suoi diritti, la sua dignità e la possibilità di costruire un futuro realmente partecipato.
Quello dell’inclusione non è, infatti, un tema che può essere relegato alle dichiarazioni di principio. Significa creare condizioni affinché ogni individuo possa esprimere le proprie capacità, coltivare relazioni, partecipare alla vita della comunità e sentirsi parte integrante della società. Un percorso che richiede sensibilità, competenza e soprattutto continuità.
In questo contesto, l’impegno di Moira Paggi assume un significato particolare. Il suo approccio si colloca all’interno di una cultura della cura che non guarda alla disabilità esclusivamente attraverso il bisogno di assistenza, ma riconosce nella persona una ricchezza di potenzialità, desideri e aspirazioni.
È questa una delle sfide più importanti per il Terzo settore contemporaneo: superare definitivamente una visione assistenzialistica e promuovere, invece, una concezione fondata sull’autonomia, sull’autodeterminazione e sulla piena cittadinanza. Una rivoluzione culturale prima ancora che organizzativa.
ANFFAS rappresenta da decenni un punto di riferimento nel dibattito nazionale sui diritti delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Il lavoro quotidiano delle realtà territoriali contribuisce a mantenere vivo quel dialogo tra famiglie, istituzioni, operatori e comunità che è indispensabile per costruire percorsi realmente inclusivi.
E proprio le persone che scelgono di dedicare tempo, professionalità ed energie a questo mondo diventano protagoniste di una trasformazione silenziosa ma profonda. Moira Paggi interpreta questo impegno con una sensibilità che mette al centro l’ascolto e la necessità di non lasciare indietro nessuno.
La vera inclusione, del resto, non consiste nel chiedere alle persone più fragili di adattarsi a una società già costruita. Significa ripensare quella società affinché possa accogliere le differenze come parte naturale della propria identità.
È una prospettiva che coinvolge tutti: le famiglie, la scuola, il lavoro, le istituzioni, il mondo della cultura e quello dell’informazione. Perché parlare di disabilità significa parlare di diritti, di opportunità e della qualità stessa della nostra democrazia.
Nel percorso di Moira Paggi e nell’esperienza di ANFFAS Per Loro emerge dunque un messaggio preciso: l’inclusione non è un gesto di solidarietà, ma un diritto da rendere concreto ogni giorno.
Ed è proprio nella quotidianità, lontano dai riflettori, che si misura la qualità di una comunità. Una comunità capace di riconoscere ogni persona non per ciò che le manca, ma per ciò che può essere, fare e diventare.
In questa prospettiva, l’impegno di Moira Paggi rappresenta una testimonianza significativa di quella cultura dell’inclusione che non si limita a raccontare il cambiamento, ma prova concretamente a costruirlo.
Moira, quando si parla di disabilità si parla spesso di difficoltà, limiti, fragilità. Lei da dove partirebbe, invece?
Partirei dalla persona. Prima della disabilità c’è un essere umano, con desideri, emozioni, talenti, paure e sogni. Il rischio più grande è quello di definire una persona attraverso una caratteristica e dimenticare tutto il resto. La disabilità non dovrebbe essere una lente attraverso cui osservare qualcuno, ma soltanto una parte della sua storia. E forse la vera domanda non è “che cosa non può fare?”, ma “che cosa possiamo fare insieme perché possa esprimere pienamente se stesso?”.
L’inclusione è diventata una parola molto utilizzata. Ma che cosa significa davvero?
Significa smettere di considerare qualcuno “diverso” perché non corrisponde a un modello prestabilito. L’inclusione autentica non consiste nel concedere uno spazio a qualcuno, ma nel riconoscere che quello spazio gli appartiene già. Una società è realmente inclusiva quando non ha bisogno di spiegare continuamente perché una persona debba esserci: semplicemente, quella persona c’è, partecipa, sceglie e vive.
C’è una domanda filosofica che spesso accompagna il nostro tempo: siamo noi a costruire i limiti oppure sono i limiti a costruire noi?
Credo che molti limiti vengano costruiti dallo sguardo degli altri. A volte una persona viene considerata incapace prima ancora di aver avuto la possibilità di dimostrare ciò che sa fare. E questo è un limite molto più grande della disabilità stessa. Quando togliamo a qualcuno la possibilità di scegliere, di sbagliare e persino di fallire, non lo stiamo proteggendo: gli stiamo sottraendo una parte della sua libertà.
Quanto è importante la famiglia nel percorso di una persona con disabilità?
È fondamentale, ma anche la famiglia ha bisogno di non sentirsi sola. Una famiglia non dovrebbe essere costretta a trasformarsi in un’intera rete sociale. Servono servizi, istituzioni, associazioni e comunità. Il futuro di una persona non può dipendere soltanto dalla forza della propria famiglia. Deve essere una responsabilità collettiva.
Qual è, secondo lei, il pregiudizio più difficile da abbattere?
Quello che confonde la protezione con la sostituzione. Proteggere significa accompagnare qualcuno affinché possa diventare sempre più autonomo. Sostituirsi significa decidere al suo posto. Sono due atteggiamenti apparentemente simili, ma profondamente diversi. L’amore autentico, secondo me, non dice “farò tutto io per te”; dice “sarò accanto a te mentre impari a farlo”.
È una frase che potrebbe essere applicata alla vita di tutti noi o sbaglio?
Assolutamente. La fragilità non appartiene soltanto alle persone con disabilità. Tutti, prima o poi, attraversiamo momenti nei quali abbiamo bisogno degli altri. La differenza è che alcune fragilità sono più visibili. Forse dovremmo imparare a considerare la vulnerabilità non come una colpa, ma come una dimensione naturale dell’essere umano.
Che cosa le hanno insegnato le persone che ha incontrato attraverso il suo impegno?
Mi hanno insegnato che spesso siamo noi ad avere fretta. Pensiamo che la vita debba seguire un ritmo preciso, raggiungere determinati traguardi, rispettare determinate aspettative. Invece ogni persona possiede il proprio tempo. E imparare a rispettarlo significa imparare a rispettare la persona. Ho ricevuto molto più di quanto pensassi di poter dare.
Qual è la parola che vorrebbe cancellare dal vocabolario quando si parla di disabilità?
“Diversità”, se utilizzata per creare distanza. La diversità esiste, naturalmente, ma non dovrebbe diventare una categoria che separa. Siamo tutti differenti. La vera uguaglianza non significa essere identici: significa avere lo stesso valore e gli stessi diritti pur nelle nostre differenze.
Se potesse cambiare una sola cosa nella società, che cosa cambierebbe?
Cambierei lo sguardo. Perché quando cambia lo sguardo cambiano anche le parole, i comportamenti, le relazioni e persino le istituzioni. Una barriera fisica può essere abbattuta con un intervento concreto; una barriera culturale richiede molto più tempo. Ma è proprio quella che dobbiamo avere il coraggio di affrontare.
E che cosa significa, per lei, “essere inclusivi” nella vita quotidiana?
Significa accorgersi dell’altro. Non soltanto quando c’è un problema, ma prima. Significa ascoltare senza decidere in anticipo che cosa l’altro debba volere. Significa lasciare spazio, rispettare i tempi, creare opportunità. L’inclusione non comincia nei grandi convegni: comincia quando incontriamo una persona e scegliamo di non fermarci alla prima impressione.
Moira, qual è oggi il suo senso della vita? Dopo gli incontri, le esperienze e le persone che hanno attraversato il suo cammino, che cosa dà ancora significato alle sue giornate?
Oggi il senso della vita, per me, è imparare a guardare oltre ciò che appare. È comprendere che ogni persona che incontriamo porta dentro di sé un universo che spesso non conosciamo e che merita di essere ascoltato. Ho imparato che la vita non si misura dalle cose che possediamo, ma dalle tracce che lasciamo nel cuore degli altri. Un gesto, una parola, una mano tesa possono diventare piccoli atti di eternità. Il mio senso della vita è esserci. Essere presenza, quando qualcuno ha bisogno di sentirsi visto. Essere ascolto, quando le parole fanno fatica a uscire. Essere speranza, soprattutto quando sembra più facile arrendersi. Forse, alla fine, vivere significa proprio questo: attraversare il tempo cercando di lasciare il mondo un po’ più umano di come lo abbiamo trovato. E se un giorno, voltandomi indietro, potrò pensare di aver regalato a qualcuno anche soltanto un sorriso, un po’ di coraggio o la sensazione di non essere solo, allora saprò di non aver attraversato invano questa vita.
Vorrei concludere con una domanda quasi esistenziale. Che cosa rende davvero una società “umana”?
La capacità di non lasciare indietro nessuno. Una società non si misura soltanto dalla ricchezza che produce, dalle tecnologie che possiede o dai risultati che raggiunge. Si misura dalla cura che riesce ad avere verso chi rischia di rimanere ai margini. Il progresso, se non è accompagnato dalla dignità, è soltanto velocità. Una società diventa veramente umana quando comprende che il valore di una persona non dipende da quanto corre, ma dal fatto che abbia il diritto di camminare insieme agli altri.
Dunque l’inclusione potrebbe essere definita come un modo diverso di intendere la parola “insieme”. Giusto?
Sì. E forse “insieme” è una delle parole più belle che abbiamo. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a chiedere il permesso di appartenere al mondo. Il mondo è di tutti, e renderlo davvero accessibile significa restituire a ciascuno il diritto di sentirsi parte della propria storia.
Moira, che cosa accade quando una persona, attraverso l’arte e la scrittura, riesce a trasformare la propria storia in qualcosa che appartiene anche agli altri?
Accade qualcosa di molto profondo: una vita smette di essere soltanto una storia personale e diventa uno specchio nel quale anche gli altri possono riconoscersi. È questo, forse, il miracolo dell’arte e della scrittura: prendere ciò che è intimo e renderlo universale. La storia di Luca Cisternino, raccontata anche attraverso il libro di Eleonora Benedetti, ci ricorda che ogni persona custodisce dentro di sé un mondo che merita di essere scoperto. A volte basta qualcuno che abbia il coraggio di guardare oltre le apparenze e di raccontarlo. Per questo credo che raccontare una persona sia una forma d’amore: significa dirle, attraverso le parole, “la tua storia ha valore, la tua presenza lascia una traccia, il tuo essere nel mondo non è invisibile”. E forse è proprio questa la funzione più alta dell’arte: non cambiare ciò che siamo, ma insegnarci a guardarlo con occhi nuovi.
L’incontro con Moira Paggi lascia una riflessione che va oltre il tema della disabilità e dell’inclusione. Le sue parole raccontano una concezione della vita fondata sull’ascolto, sulla dignità e sulla capacità di riconoscere nell’altro non una fragilità da proteggere, ma una persona da incontrare con amore.
In un tempo che corre veloce e spesso ci abitua a giudicare prima ancora di conoscere, il suo messaggio invita a rallentare e a cambiare prospettiva. Perché l’inclusione, prima di essere una scelta sociale, è una scelta umana: quella di non voltarsi dall’altra parte.
E forse è proprio qui che risiede la parte più autentica del suo pensiero: non siamo chiamati semplicemente a vivere accanto agli altri, ma a imparare a vivere gli uni per gli altri, lasciando dietro di noi non soltanto ricordi, ma possibilità, fiducia e umanità.
Moira Paggi ci ricorda così che una società migliore non nasce dalla perfezione, ma dalla capacità di accogliere le differenze. E che, alla fine del nostro viaggio, ciò che davvero resterà non sarà quanto avremo posseduto, ma quanto avremo saputo donare.
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Ilaria Solazzo
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