Per capire una delle grandi questioni che gli Stati Uniti dovranno affrontare con la diffusione dell’intelligenza artificiale bisogna andare in Alabama, uno degli stati più poveri del paese. A Cherokee, lontano dai laboratori della Silicon valley e dalle comunità che protestano contro i data center, una startup sta provando a costruire un nuovo modello di fabbrica. La sua storia anticipa un problema destinato a diventare sempre più centrale nei prossimi anni: come orientare una rivoluzione tecnologica in modo che migliori la vita delle persone, invece di aggravare le disuguaglianze e la rabbia sociale.
A marzo circa duemila persone si sono ritrovate in questo piccolo comune nel nordovest dello stato per l’inaugurazione di Factory 4, uno stabilimento della Hadrian, una startup che sviluppa sistemi di produzione automatizzati per l’industria militare. La fabbrica dovrebbe produrre componenti per i sottomarini nucleari della marina. Tra gli invitati c’erano politici, investitori e dirigenti delle grandi aziende della difesa. Per l’occasione erano state preparate giacche Carhartt personalizzate e un modellino di sottomarino nucleare. Alla fine della cerimonia si sono esibiti i Lynyrd Skynyrd, uno dei gruppi più famosi del rock del sud.
Lo slogan della giornata era Alabama is back to work, l’Alabama torna al lavoro. Julia Gledhill, che ha raccontato l’evento sulla rivista The Baffler, osserva che lo stabilimento inaugurato con tanto entusiasmo non era ancora entrato in funzione. Occupa un enorme capannone dove in passato si costruivano vagoni ferroviari. Nel 2021 l’azienda che lo gestiva aveva trasferito la produzione in Messico, lasciandolo vuoto.
La Hadrian promette di riportarci la produzione industriale grazie a un sistema che combina software, intelligenza artificiale e macchinari automatizzati. Secondo l’azienda, lavoratori senza una lunga esperienza nel settore possono imparare a gestire più macchine contemporaneamente in meno di un mese. Durante la notte una parte della produzione dovrebbe continuare con pochissimi operai.
Questa e altre fabbriche dovrebbero, nei piani del governo, contribuire ad affrontare uno dei principali limiti dell’industria militare statunitense. La marina fatica da anni a trovare personale specializzato per costruire i sottomarini nei tempi previsti. L’automazione permetterebbe di aumentare la produzione e creare nuovi posti di lavoro, anche in stabilimenti che impiegano meno lavoratori rispetto alle fabbriche tradizionali.
Il progetto della Hadrian fa parte di un programma industriale da circa 2,4 miliardi di dollari, tra investimenti pubblici e privati, che comprende anche altri stabilimenti. Le autorità locali si aspettano la creazione di quasi novecento posti di lavoro nei prossimi anni. Per un territorio segnato dal declino industriale è una prospettiva incoraggiante. Ma la contraddizione resta evidente: il ritorno delle fabbriche viene celebrato come il ritorno del lavoro, mentre il principale vantaggio della nuova tecnologia consiste proprio nella possibilità di produrre molto di più con meno manodopera.
Il punto fondamentale, in Alabama e nel resto del paese, è che tipo di lavoro nascerà, quanto sarà pagato e chi beneficerà dei guadagni economici dell’automazione. È una domanda che accompagna le rivoluzioni tecnologiche da secoli.
In un articolo uscito su The Argument, Derek Thompson ripercorre la storia delle grandi invenzioni dal punto di vista delle persone che ne subirono le conseguenze, quando i benefici che oggi diamo per scontati erano inimmaginabili.
All’inizio dell’ottocento, in Inghilterra, l’introduzione dei telai meccanici mise in crisi migliaia di tessitori. Qualche decennio prima, una nuova macchina per filare aveva reso il filo più economico e aumentato la richiesta di tessuti, creando nuove opportunità di lavoro. Ma quando la meccanizzazione arrivò anche alla tessitura, molti lavoratori persero la possibilità di competere con le fabbriche. I loro redditi reali diminuirono di almeno la metà.
Fu in quel contesto che nacque il movimento dei luddisti, lavoratori tessili che organizzavano incursioni negli stabilimenti, distruggevano i macchinari e attaccavano le proprietà degli industriali. Oggi il loro nome viene spesso usato per indicare chi si oppone irragionevolmente alle nuove tecnologie. Ma, osserva Thompson, i luddisti avevano motivi molto concreti per protestare: le macchine stavano distruggendo il loro modo di guadagnarsi da vivere.
Le cose non andavano molto meglio per chi trovava lavoro nelle nuove industrie. La macchina a vapore aveva attirato grandi masse di persone nelle città britanniche, che non disponevano delle infrastrutture necessarie per accoglierle. Le strade erano invase dai rifiuti, gli scarichi contaminavano i fiumi e le epidemie si diffondevano rapidamente. Thompson racconta che a Nottingham, la città dove era nato il movimento luddista, un litro d’acqua del fiume poteva contenere circa dodici grammi di liquami solidi. Nelle grandi città l’aspettativa di vita alla nascita crollò, in alcuni casi fino a 26 anni.
Oggi consideriamo la rivoluzione industriale uno degli avvenimenti più importanti della storia, l’inizio di una crescita economica che avrebbe migliorato enormemente le condizioni di vita di miliardi di persone. Ma per molti di quelli che la vissero fu un periodo di impoverimento, malattie e morte.
Il cambiamento arrivò attraverso un lungo processo. Nell’ottocento le ricerche sulle epidemie e sulla contaminazione dell’acqua contribuirono a convincere le autorità britanniche a intervenire. Furono costruite fognature, migliorati gli acquedotti, introdotte nuove norme sanitarie. Tra il 1880 e il 1940 l’aspettativa di vita in Inghilterra e Galles aumentò di circa il 50 per cento. La tecnologia, riassume Thompson, aveva creato nuove possibilità economiche, ma erano servite scoperte scientifiche, investimenti pubblici e decisioni politiche per trasformarle in condizioni di vita migliori.
Circa tre secoli e mezzo prima dei luddisti, qualcosa di simile era successo con la stampa, che oggi associamo alla diffusione della conoscenza e della cultura. Nei primi decenni dopo la sua invenzione, molte tipografie – che producevano libri per un continente in gran parte analfabeta – fallirono. E quando cominciò a circolare su larga scala, la stampa contribuì anche alla diffusione della propaganda religiosa e delle persecuzioni. Tra la fine del quattrocento e l’inizio del cinquecento, il Malleus maleficarum, un manuale per individuare e perseguire le presunte streghe, fu ristampato molte volte. Uno studio del 2024 ha trovato un’associazione tra la pubblicazione di nuove edizioni e l’aumento dei processi per stregoneria.
Pochi decenni dopo, la circolazione degli scritti di Martin Lutero contribuì alla diffusione della riforma protestante, seguita da una lunga stagione di guerre religiose. Nel 1631 un gesuita tedesco, Friedrich Spee, pubblicò anonimamente un libro che denunciava le torture e le ingiustizie dei processi alle streghe. Anche grazie alla stampa cominciarono dunque a circolare gli argomenti di chi si opponeva alle persecuzioni. Le riforme dei sistemi giudiziari contribuirono poi a ridurle.
Tutto questo, spiega Thompson, dimostra che una tecnologia da sola non produce progresso. Il progresso nasce quando le società sviluppano gli strumenti necessari a orientare l’innovazione verso il miglioramento delle condizioni di vita.
Questo ci porta agli Stati Uniti di oggi. La rabbia e la sfiducia verso le istituzioni attraversano da tempo ampi settori della società. Decenni di trasformazioni economiche hanno contribuito ad alimentarle, soprattutto nelle comunità che hanno perso fabbriche, posti di lavoro e prospettive di mobilità sociale. E ora sempre più persone sono convinte che l’intelligenza artificiale avvantaggi solo pochissimi, mentre i costi ricadono sui lavoratori. Liquidare queste paure come “il solito panico morale” che accompagna ogni nuovo grande sviluppo tecnologico è sbagliato, e forse anche controproducente per chi sviluppa e spinge quella tecnologia.
Thompson contesta l’idea che i costi iniziali dell’innovazione debbano essere accettati come il prezzo inevitabile di un futuro migliore. I potenziali, futuri grandi benefici non cancellano le sofferenze di chi ne paga le conseguenze durante la transizione.
L’ia è diversa da altre rivoluzioni perché il suo sviluppo è così veloce da comprimere in un periodo molto breve trasformazioni che in passato richiedevano anni o decenni. I sistemi più avanzati potrebbero un giorno imparare a migliorarsi autonomamente, acquisendo nuove capacità a un ritmo difficile da prevedere. È uno scenario per il momento ancora solo potenziale, diverso dal problema dell’automazione del lavoro, ma con conseguenze enormi se dovesse realizzarsi. Thompson avverte che questi sistemi potrebbero sfuggire al controllo umano, impedendo qualsiasi intervento successivo. In quel caso potrebbe non esserci affatto una fase di transizione durante la quale imparare dagli errori e correggerli.
Ma la storia offre anche qualche ragione per essere fiduciosi. La stampa, i telai meccanici e la macchina a vapore si diffusero in società in cui non esistevano il suffragio universale e le moderne autorità di regolamentazione. Le democrazie contemporanee dispongono invece di elezioni, tribunali, organizzazioni sindacali, stampa libera e istituzioni pubbliche attraverso cui i cittadini possono influenzare lo sviluppo delle tecnologie, stabilire limiti e pretendere controlli prima che alcuni danni si producano.
In California si sta muovendo qualcosa. Il 30 settembre il governatore Gavin Newsom ha firmato una serie di leggi sull’uso dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro. Una di queste, il No robo bosses act, impedirà alle aziende di affidare esclusivamente a un sistema automatizzato la decisione di licenziare o sanzionare un dipendente. Quando questi strumenti avranno un ruolo determinante, sarà necessaria una verifica umana. Altre norme impongono alle aziende di dichiarare quando i licenziamenti collettivi dipendono dall’uso dell’ia e introducono nuovi limiti alla sorveglianza dei dipendenti.
Queste norme affrontano alcuni rischi dell’ia sul lavoro, ma lasciano aperta la questione di come distribuire i benefici economici dell’automazione. È un punto centrale, ora che il governo investe decine di miliardi di dollari per modernizzare l’industria militare, anche puntando sull’automazione.
In Alabama il sostegno pubblico alle imprese ha una lunga storia. Gli investimenti militari hanno trasformato Huntsville in uno dei principali centri aerospaziali statunitensi, senza però ridurre la povertà e le disuguaglianze nel resto dello stato. Oggi l’automazione promette di aumentare enormemente la capacità produttiva, ma rende ancora meno scontato che la crescita industriale si traduca in nuovi posti di lavoro. A Cherokee le autorità locali hanno previsto per la Hadrian agevolazioni per circa 4,4 milioni di dollari, legate alla creazione di 888 posti di lavoro.
A orientare questi investimenti sono soprattutto le esigenze della difesa e la competizione con la Cina. Durante l’inaugurazione della fabbrica, il senatore repubblicano Tommy Tuberville ha descritto Pechino come il principale nemico degli Stati Uniti. Gledhill osserva che il timore di un conflitto con la Cina permette ai politici di giustificare nuovi aumenti della spesa militare, anziché destinare maggiori risorse ai bisogni delle comunità che rappresentano.
Alla fine del concerto dei Lynyrd Skynyrd, gli abitanti della zona hanno cominciato a tornare a casa. Gledhill è rimasta per un ricevimento riservato agli invitati, ma ha trovato la sala quasi deserta. Gli ospiti arrivati da fuori erano già partiti per l’aeroporto, per prendere l’ultimo volo della giornata.
Da sapere
Come distribuire i benefici dell’intelligenza artificiale
Nel dibattito economico sugli effetti dell’ia emergono due approcci principali. Il primo punta a redistribuire i benefici dell’automazione, attraverso il fisco, i salari e le politiche sociali. Il secondo propone di orientare fin dall’inizio lo sviluppo tecnologico, incentivando applicazioni dell’ia che migliorino il lavoro e producano vantaggi più diffusi.
- Sviluppare un’ia favorevole ai lavoratori. Gli economisti del Mit Daron Acemoglu, David Autor e Simon Johnson sostengono che le imprese abbiano forti incentivi a sviluppare tecnologie che sostituiscono il lavoro umano. Propongono investimenti pubblici nella ricerca, modifiche fiscali e politiche per la concorrenza che favoriscano invece sistemi capaci di valorizzare le competenze e creare nuove mansioni. Secondo i tre economisti, non basta che l’ia aiuti le persone a lavorare più velocemente: perché i salari aumentino, deve anche creare nuove attività in cui le competenze umane acquistino valore.
- Redistribuire i profitti e proteggere chi perde il lavoro. Gli economisti del Fondo monetario internazionale Era Dabla-Norris e Ruud de Mooij propongono di rafforzare la tassazione dei redditi da capitale e dei profitti societari, destinando maggiori risorse all’istruzione, alla formazione e agli ammortizzatori sociali. Suggeriscono anche di rivedere le agevolazioni fiscali che incoraggiano le imprese a sostituire i lavoratori con macchinari e di introdurre strumenti per compensare chi trova un nuovo impiego meno retribuito.
- Rafforzare il potere dei lavoratori e condizionare i finanziamenti pubblici. Xavier de Souza Briggs, della Brookings Institution, propone di ampliare la contrattazione collettiva sull’introduzione dell’ia, permettendo ai lavoratori di negoziare formazione, riorganizzazione delle mansioni e partecipazione ai benefici economici. Suggerisce inoltre di usare contratti e finanziamenti pubblici per favorire imprese che migliorino anche la qualità del lavoro.
- Condividere la proprietà e gli utili delle imprese. Gli economisti Joseph Blasi e Douglas Kruse, della Rutgers University, e Richard Freeman, di Harvard, studiano da anni modelli che permettono ai dipendenti di partecipare ai risultati economici delle aziende attraverso quote societarie, azioni o premi legati agli utili. In questo modo i lavoratori possono ricevere una parte dei guadagni generati dall’aumento della produttività, anche se i loro salari rimangono invariati. Le ricerche dei tre economisti mostrano che questi strumenti funzionano meglio quando sono accompagnati da formazione, sicurezza del posto di lavoro e maggiore coinvolgimento dei dipendenti nelle decisioni aziendali.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Americana.
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