Il settore farmaceutico sta attraversando una fase di profonda trasformazione, che tocca tanto il piano normativo quanto quello commerciale.
Sul fronte normativo, la spinta verso una maggiore sostenibilità richiede un ripensamento radicale delle filiere produttive; su quello commerciale, lo scenario globale è scosso dalle nuove politiche protezionistiche degli Stati Uniti, che prevedono l’introduzione di dazi significativi sulle importazioni di farmaci.
Proprio la trasparenza della filiera e il percorso di decarbonizzazione, nati come risposta alle richieste normative, possono però diventare una leva per rafforzare la competitività e attutire l’impatto delle nuove barriere commerciali.
Di questi temi parla Alessandro Broglia, co-founder di Up2You, nell’intervista di seguito.
Qual è oggi il livello di maturità Esg del settore farmaceutico italiano e quali principali criticità emergono dalle vostre analisi?
Il settore sanitario nel suo complesso è responsabile di circa il 4,4 per cento delle emissioni globali di gas serra, un impatto superiore a quello dell’industria automobilistica in rapporto ai volumi economici generati.
Nel nostro studio di settore su un campione di 26 aziende farmaceutiche operanti in Italia, abbiamo rilevato che, a fronte di una crescente attenzione, esiste ancora un forte divario tra intenzioni e attuazione pratica nel campo della sostenibilità. Solo il cinquanta per cento delle aziende analizzate pubblica dati ambientali.
Mentre il 42 per cento delle aziende misura le emissioni di Scope 1 e 2, la rendicontazione dello Scope 3, che può pesare fino al novanta per cento sull’impronta carbonica complessiva del settore, viene presa in considerazione solamente dal trenta per cento delle imprese.
Inoltre, solo un’azienda su quattro dispone di una strategia Esg formalizzata. L’elemento più evidente è lo squilibrio tra grandi gruppi multinazionali, capaci di strutturare bilanci di sostenibilità complessi, e le piccole media imprese, che faticano a raccogliere dati e ad adeguarsi ai nuovi standard per mancanza di risorse e competenze interne.
Oltre alle pressioni normative europee, il settore deve fare i conti con forti incertezze sul fronte del commercio internazionale, legate ai dazi annunciati dagli Stati Uniti. Che impatto avranno queste misure sulle imprese?
Le mosse dell’amministrazione americana prefigurano scenari di forte pressione per la filiera, in un quadro che resta però in continua evoluzione. Allo stato attuale, per i farmaci generici la linea tracciata prevede un’iniziale aliquota zero per due anni, per poi salire a un dazio del 100% nel 2028 e fino al duecento per cento negli anni successivi, con l’obiettivo dichiarato di rilocalizzare la produzione negli Stati Uniti.
Sui farmaci brevettati si delinea invece un dazio base fino al cento per cento, ridotto al 15 per cento per i prodotti provenienti da alcuni Paesi che hanno siglato accordi commerciali con Washington, con ulteriori agevolazioni (fino all’azzeramento) per le aziende che sottoscrivono accordi sui prezzi e impegni di investimento in impianti produttivi sul suolo americano.
Come evidenziano le analisi di settore, questo impianto penalizza fortemente le piccole e medie imprese, che non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per costruire stabilimenti negli Stati Uniti. Considerando che i margini sui farmaci generici sono già estremamente risicati, dazi di questa entità rischiano di tradursi in rincari per i consumatori e in potenziali carenze di farmaci essenziali.
In un contesto globale così incerto, in che modo la sostenibilità e la trasparenza della filiera possono trasformarsi in uno strumento di competitività e protezione?
La trasparenza della catena di fornitura e la decarbonizzazione diventano strumenti di protezione dalle incertezze del mercato. Mappare la carbon footprint e monitorare le emissioni di Scope 3 consente alle aziende di individuare le inefficienze, ottimizzare i costi operativi e rinegoziare i contratti di fornitura sulla base di dati certi. Disporre di dati primari e verificabili permette inoltre di evitare che, in loro assenza, vengano applicati fattori di emissione standard, in genere più conservativi e penalizzanti, che rischiano di sovrastimare l’impatto reale dell’azienda.
Questa stessa capacità di conoscere a fondo la propria filiera si rivela preziosa anche di fronte alle pressioni commerciali: chi ha una supply chain mappata e costi resi più efficienti dispone di maggiori margini per assorbire l’urto dei dazi e per diversificare mercati e fornitori. A questo si aggiunge il fatto che, sul mercato europeo, le performance ESG sono ormai un requisito d’accesso importante.
Il nuovo Codice dei contratti pubblici e i Criteri ambientali minimi premiano, nelle gare d’appalto per forniture sanitarie e ospedaliere, le aziende che hanno avviato percorsi di sostenibilità, garantendo punteggi tecnici più elevati e riduzioni delle garanzie fideiussorie. In una fase in cui l’accesso al mercato statunitense si fa più oneroso, rafforzare la propria competitività su quello europeo rappresenta per le Pmi una forma concreta di protezione, permettendo di assicurarsi una posizione di leadership sul mercato.
Quale consiglio si sente di dare alle Pmi del pharma che devono strutturare un percorso di sostenibilità senza rimanere schiacciate dalla burocrazia?
Il primo errore da evitare è l’inazione: rimandare sposta solamente più avanti la complessità, spesso in condizioni meno favorevoli.
Le Pmi dovrebbero affrontare la sostenibilità in modo graduale. Sul fronte clima, per esempio, partendo dal calcolo dell’impronta carbonica aziendale (Scope 1 e 2), strutturando la raccolta dei dati con strumenti digitali che ne semplifichino la gestione e formando il personale, per poi estendere progressivamente il perimetro alle emissioni di Scope 3.
Affrontata in questo modo, la sostenibilità diventa un investimento: riduce gli sprechi, rende più efficienti i processi produttivi e di governance, protegge la reputazione aziendale e rende l’impresa più attrattiva agli occhi di investitori, clienti e partner internazionali.
Come si inserisce Up2You in questo scenario? Che tipo di supporto offrite concretamente alle aziende del settore farmaceutico?
Noi affianchiamo le imprese lungo tutto il percorso di sostenibilità, dal tema del calcolo delle emissioni e dell’impatto ambientale sul ciclo di vita dei prodotti, fino a certificazioni, rating Esg, gestione della filiera e redazione dei bilanci di sostenibilità.
Per ogni attività che seguiamo, il nostro obiettivo rimane quello di affrontare la sostenibilità trasformandola da adempimento a leva competitiva. Siamo una Società Benefit e una B Corp certificata, e questo per noi significa applicare a noi stessi gli standard che chiediamo alla nostra clientela.
L’approccio è quello di un ecosistema che unisce tecnologia, attraverso la nostra piattaforma integrata con l’intelligenza artificiale, alla consulenza di un team esperto.
La nostra Up2You Platform è uno strumento che numerose aziende del comparto stanno utilizzando, e proprio per questo lo abbiamo pensato per adattarsi a realtà di ogni dimensione: dalla grande multinazionale alla Pmi, ciascuna con le proprie esigenze e il proprio punto di partenza.
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