Ciambò, il sapore della restanza e il sogno di un nuovo Rinascimento per Manfredonia


(a cura di Maurizio Varriano): Ci sono città che il mare accarezza. E poi ci sono città che il mare continua ostinatamente a chiamare. Manfredonia appartiene a queste ultime. Manfredonia non è un argomento: è una responsabilità. La sua voce non arriva soltanto dal frangersi delle onde sul molo o dal lento oscillare dei pescherecci al tramonto; nasce da una memoria antica, fatta di uomini e donne che hanno imparato a vivere del mare senza mai pretendere di dominarlo, trasformando il lavoro quotidiano in cultura, la necessità in tradizione, la semplicità in bellezza.

Da troppo tempo questa città sembra attendere di riconoscersi per ciò che è sempre stata:

la porta naturale del Gargano, un luogo dove il mare cristallino incontra una cultura marinara autentica, dove il pesce non è soltanto alimento ma linguaggio, dove la biodiversità diventa eccellenza gastronomica e dove il desiderio di tornare, quella “tornanza” che appartiene al cuore di tanti manfredoniani lontani, continua a essere più forte della nostalgia.

Forse è proprio da questo bisogno di ritrovarsi che nasce Ciambò.

Non semplicemente una manifestazione gastronomica, ma un’intuizione culturale e civile, un progetto capace di riportare al centro il senso dello stare insieme attraverso il racconto di un piatto che appartiene alla memoria collettiva. Un’idea fortemente voluta dal giovane assessore Gentile, che ha immaginato il cibo non come spettacolo, ma come occasione per ricostruire relazioni, creare rete fra persone, imprese e istituzioni, chiedendo a ciascuno il coraggio di metterci il volto prima ancora della firma.

Per una sera il porto ha smesso di essere soltanto il luogo delle partenze e dei ritorni ed è diventato la casa della città. Una lunga tavolata, vestita di un bianco luminoso e composta con garbo tra il faro, i pescherecci e le luminarie, ha accolto oltre seicento commensali. Non era soltanto una cena sotto le stelle. Era l’immagine di una comunità che tornava a sedersi attorno allo stesso tavolo, guardando il medesimo orizzonte.

A rendere possibile quella tavola sono stati nove ristoranti del territorio, interpreti di una cucina profondamente identitaria: le mandorle del Gargano, gli antipasti di seppia, le cozze, le orecchiette della tradizione, i dolci della memoria e, naturalmente, la regina della serata, la ciambotta, piatto simbolo di una cultura marinara che continua a raccontare la propria storia attraverso il gusto.

Perché ci sono pietanze che saziano il corpo e altre che nutrono la memoria.

La ciambotta appartiene a queste ultime. Ogni cucchiaiata parla di famiglie, di reti stese ad asciugare, di mani consumate dal sale, di cucine dove il profumo del pomodoro si mescolava a quello del mare. È un piatto che non divide il tempo tra passato e presente, ma li tiene insieme, ricordando che le radici non sono un luogo dove fermarsi, bensì il punto da cui ripartire.

La serata si è svolta in condizioni tutt’altro che semplici.

L’umidità, altissima, ha reso il lavoro più impegnativo, ma forse proprio per questo ancora più significativo. Diciotto sommelier della Fisar hanno accompagnato il percorso gastronomico con professionalità e discrezione, mentre cuochi, brigate e volontari hanno dato vita a un incessante intreccio di gesti, fatto di fatica silenziosa e competenza.

Intanto, attorno alla tavola, il porto sembrava respirare insieme ai suoi ospiti. Le luci disegnavano riflessi sull’acqua, il faro custodiva la scena con la pazienza di chi ha visto partire e ritornare generazioni di pescatori, mentre il mare sembrava ricordare che ogni comunità, prima ancora di essere amministrata, deve imparare ad ascoltare sé stessa.

Non sono mancate le polemiche.

I costi della manifestazione e il ricorso al finanziamento pubblico hanno acceso un dibattito destinato certamente a proseguire. È giusto che accada. Le polemiche, quando sono costruttive, rappresentano il sale della democrazia e possono diventare uno stimolo a fare meglio, purché non oscurino il valore di ciò che una comunità riesce a costruire insieme.

Perché Ciambò non è soltanto una cena.

È un investimento sull’identità. È la convinzione che raccontare con delicatezza e poesia il proprio patrimonio gastronomico significhi generare un turismo diverso, più consapevole, esperienziale, capace di cercare non soltanto luoghi da visitare, ma storie da abitare.

Particolarmente viva è stata anche l’atmosfera del villaggio dedicato allo street food di mare, preso d’assalto da migliaia di visitatori. Un’occasione preziosa per rinsaldare il legame tra chi il mare lo vive ogni giorno e chi, attraverso il gusto, desidera comprenderne l’anima.

Proprio osservando quella scelta urbanistica, abbiamo chiesto all’assessore Gentile il motivo per cui la lunga tavolata si interrompesse prima del villaggio.

«Vogliamo costruire un ponte, non dividere due mondi e classificare le persone in base a ciò che possono permettersi. Il mare ha le sue regole e quelle regole non appartengono allo stato sociale. La fortuna di vivere la nostra realtà gastronomica non risiede nella spesa, ma nella capacità che essa ha di creare aggregazione

È difficile immaginare una definizione più efficace dello spirito di Ciambò. Perché il mare non conosce privilegi. Davanti all’orizzonte siamo tutti semplicemente persone. E il cibo, quando diventa cultura, non separa: unisce.

Tra le decisioni più significative maturate attorno a questo percorso vi è anche l’istituzione della Denominazione Comunale per la ciambotta.

Una scelta importante, destinata a tutelare una ricetta che appartiene profondamente all’identità di Manfredonia ma che appare effimera dato il valore assolutamente non consono alla forte tipologia identitaria.

Osservando, infatti,  quanto altre realtà dell’Adriatico abbiano saputo fare con prodotti analoghi – dal pappone di Termoli al brodetto dell’Adriatico – viene naturale immaginare per la ciambotta un cammino ancora più ambizioso, capace di trasformarla in un autentico marchio identitario riconosciuto ben oltre i confini locali.

Alla domanda sul perché di questa scelta, il sindaco Domenico La Marca ha risposto con convinzione, definendo la De.Co. non un punto di arrivo, ma un primo passo.

Un approdo dal quale partire per costruire un percorso più ampio e chiedere, nelle sedi competenti, riconoscimenti ancora più prestigiosi per un piatto che rappresenta l’espressione più autentica della cultura gastronomica sipontina.

Le grandi identità non nascono mai compiute.

Crescono nel tempo, alimentate dalla costanza, dalla progettualità e dalla capacità di credere nelle proprie radici.

Mentre il villaggio continuava a vivere tra profumi, sorrisi e lunghe file agli stand delle numerose aziende presenti, la cena seguiva il suo ritmo naturale. Poi arrivò la musica. E con la musica tornò la poesia.

Qualcuno raccontò un’antica leggenda.

Si disse di una tempesta improvvisa che impedì ad alcuni pescatori di rientrare serenamente in porto. Le barche tornarono ferite, le reti sconvolte e il pescato era poco, mescolato, quasi senza valore.

Fu una donna a raccogliere tutto ciò che sembrava inutile. Mise quel pesce in un grande pentolone, aggiunse pomodoro, olio, le erbe dell’orto e lasciò che il fuoco compisse il suo lavoro. Quel brodo fumante riscaldò i pescatori infreddoliti e restituì loro il coraggio.

Passarono gli anni e quel gesto semplice divenne memoria collettiva.

Così nacque la ciambotta.

Da allora quel piatto continua a raccontare la stessa storia: quella di un popolo capace di trasformare la scarsità in abbondanza, la paura in forza, la quotidianità in convivialità. È la dimostrazione che le cose più preziose non nascono quasi mai dall’opulenza, ma dalla capacità di condividere.

Forse è proprio questo il messaggio più profondo lasciato da Ciambò. Una città non rinasce perché organizza un evento. Rinasce quando ritrova il coraggio di riconoscersi, di fare rete, di discutere senza dividersi, di trasformare anche le critiche in occasione di crescita.

Che le polemiche diventino allora progetto. Che il progetto diventi continuità. Che la continuità possa trasformarsi in un nuovo Rinascimento per una Manfredonia che non manca di bellezza, di storia, di cultura marinara o di eccellenze gastronomiche. Le occorrono soprattutto perseveranza, visione e la volontà condivisa di credere nel proprio destino.

Esiste una parola che descrive tutto questo meglio di qualsiasi altra.

Restanza.

Non significa semplicemente restare. Significa scegliere ogni giorno la propria terra, amarla senza nasconderne le fragilità, custodirla senza smettere di immaginarla migliore.

Finché nelle case di Manfredonia continuerà a sobbollire una pentola di ciambotta, ci sarà sempre una ragione per tornare. E finché qualcuno avrà il coraggio di apparecchiare una tavola più lunga del proprio interesse, questa città continuerà a meritare il mare che ogni mattina la guarda con la pazienza antica di chi sa che le comunità più autentiche non sono quelle che dimenticano le proprie radici, ma quelle che hanno il coraggio di trasformarle in futuro.

Tonino Guerra diceva che bastava un filo d’erba per raccontare una stagione.

Le città hanno bisogno di amministratori, certo. Ma hanno bisogno anche di chi le racconta con onestà, senza nasconderne le ferite e senza dimenticarne la bellezza.

Buon vento, Manfredonia……

 


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