Autarchia del direttore? In Regione il problema non è solo comunicare, ma capire chi decide

Che sia giusta o no, la reprimenda che il direttore generale della Regione Molise, dottor Domenico Nucci, avrebbe indirizzato a funzionari, direttori e rappresentanti politici ha avuto almeno un effetto certo: mettere in fibrillazione la macchina della politica regionale.

Il tema, in sé, non è peregrino. Una Regione dovrebbe avere una comunicazione istituzionale coordinata, rispettosa dei ruoli, dei tempi amministrativi e soprattutto della verità degli atti. Evitare comunicati prematuri, sovrapposizioni istituzionali, annunci trionfalistici prima ancora che un risultato sia realmente conseguito è una regola di buon senso prima ancora che amministrativa.

Il problema nasce quando il coordinamento della comunicazione viene percepito come qualcosa di più: come una forma di controllo politico-amministrativo sulla parola, sulla visibilità e sulla possibilità stessa di rivendicare un risultato.

Ed è qui che la questione diventa politica.

Perché una comunicazione istituzionale seria dovrebbe servire a mettere ordine, non a mettere il bavaglio. Dovrebbe impedire che qualcuno si attribuisca meriti che non gli appartengono, non impedire a chi svolge correttamente il proprio lavoro di informare i cittadini.

La differenza non è marginale.

Da una parte c’è l’esigenza, sacrosanta, di evitare che ogni consigliere, assessore, dirigente o ufficio trasformi un atto amministrativo in una celebrazione personale. Dall’altra c’è il rischio che, nel tentativo di correggere alcuni comportamenti, si finisca per fare di tutta l’erba un fascio, creando un clima nel quale tutti vengono considerati potenzialmente responsabili degli eccessi di pochi.

E allora una domanda diventa inevitabile: se ci sono state uscite maldestre, comunicazioni improprie o annunci costruiti per attribuire meriti politici a chi non li aveva, perché non intervenire direttamente nei confronti dei protagonisti di quelle specifiche vicende?

È la domanda che, a quanto si apprende, viene posta anche da più di un consigliere regionale di lungo corso. Una domanda semplice, ma politicamente pesante: perché una reprimenda generalizzata, invece di individuare e richiamare chi eventualmente ha commesso l’errore?

La risposta dovrebbe essere trasparente.

Perché quando un provvedimento, una circolare o una disposizione viene percepita come indistinta, il rischio è che finisca per colpire anche chi non ha nulla da rimproverarsi. E in una pubblica amministrazione questo può produrre un effetto paradossale: anziché aumentare la responsabilità individuale, la si annacqua.

La Regione che annuncia prima di realizzare

Il vero problema, però, forse è un altro.

Da anni assistiamo a una politica regionale che spesso sembra accendere lo stereo prima ancora di aver trovato la pista da ballo.

È successo con il presidio ospedaliero Caracciolo di Agnone, con la sanità pubblica, con le crisi aziendali, con il turismo, con l’economia regionale, con l’industrializzazione, con l’ambiente e con molte altre questioni sulle quali sono stati annunciati risultati, percorsi, svolte e soluzioni che poi hanno dovuto fare i conti con una realtà molto meno trionfalistica.

Il punto non è impedire di comunicare.

Il punto è comunicare quando c’è qualcosa di concreto da comunicare.

Un conto è dire che una procedura è stata avviata. Un altro è annunciare che il problema è risolto. Un conto è comunicare un finanziamento individuato. Un altro è presentarlo come opera realizzata. Un conto è partecipare a un tavolo ministeriale. Un altro è trasformare quella partecipazione nella soluzione definitiva di una crisi industriale.

La comunicazione istituzionale dovrebbe essere proprio questo: istituzionale, verificabile e proporzionata agli atti.

E se questo è l’obiettivo della direttiva del direttore generale, nessuno dovrebbe avere nulla da obiettare.

Ma allora la stessa severità dovrebbe valere per tutti.

Il vero corto circuito: chi ha la delega e chi ha la responsabilità?

Ed è qui che emerge una seconda, forse più delicata, questione tutta molisana.

La Regione conosce da tempo la figura del consigliere delegato, cioè del consigliere regionale al quale il Presidente attribuisce specifiche funzioni politiche di collaborazione e interlocuzione. La presenza di consiglieri delegati è documentata anche nell’attuale legislatura regionale.

Ma proprio questo modello impone una domanda: dove finisce la collaborazione politica e dove comincia l’esercizio sostanziale di una funzione amministrativa?

Perché il consigliere delegato non è un assessore. Non siede in Giunta in quanto tale e non dovrebbe trasformare una delega politica in un potere amministrativo che l’ordinamento non gli attribuisce.

E tuttavia, nella percezione di chi osserva dall’esterno il funzionamento della macchina regionale, può accadere che il confine diventi assai meno netto.

Il consigliere delegato partecipa ai tavoli, segue dossier, interviene pubblicamente, tratta materie specifiche e può diventare il volto politico di una determinata competenza. Parallelamente, le commissioni consiliari esaminano, discutono e approfondiscono provvedimenti nelle materie di loro competenza.

Ma la commissione non è la Giunta e il consigliere non è l’assessore.

La questione diventa quindi quella della responsabilità finale.

Se un consigliere delegato segue politicamente una materia, ma l’atto amministrativo viene poi adottato dagli organi competenti, chi risponde politicamente del risultato? Chi risponde di un eventuale errore? Chi deve spiegare ai cittadini perché un annuncio non si è trasformato in un risultato?

La risposta non può essere affidata alla percezione o alla propaganda.

Deve essere scritta negli atti, nelle competenze e nelle responsabilità.

E soprattutto deve essere comprensibile ai cittadini.

Commissioni, deleghe e quella zona grigia che non aiuta la trasparenza

È proprio questa sovrapposizione percepita tra ruoli politici, deleghe e funzioni consiliari che meriterebbe un chiarimento pubblico.

Non perché si voglia sostenere che un consigliere delegato abbia automaticamente poteri di firma o poteri esecutivi che non gli spettano. Al contrario: proprio perché quei poteri non coincidono necessariamente con quelli di un assessore o di un componente della Giunta, sarebbe necessario rendere chiarissimo il perimetro della delega.

Il Consiglio regionale ha le proprie commissioni, che eleggono i rispettivi presidenti secondo le regole dell’Assemblea. La Giunta, invece, esercita le proprie funzioni esecutive.

Sono piani diversi.

Se però una materia viene politicamente affidata a un consigliere delegato, contemporaneamente passa attraverso una commissione consiliare e infine viene resa esecutiva dalla Giunta, il cittadino deve poter capire senza difficoltà chi ha proposto, chi ha istruito, chi ha deciso, chi ha firmato e chi risponde politicamente dell’esito.

Questa è trasparenza.

Non basta dire che formalmente la firma appartiene alla Giunta. Occorre anche rendere leggibile il percorso politico e amministrativo che conduce a quella firma.

Altrimenti si crea una situazione nella quale la visibilità viene distribuita prima, mentre la responsabilità arriva dopo.

E quando qualcosa funziona, tutti sono protagonisti.

Quando qualcosa non funziona, nessuno sembra esserlo.

La comunicazione non può diventare una nuova forma di potere

Per questo la vicenda della lettera del direttore generale che ordina di fatto una comunicazione ufficiale e istituzionale, merita un approfondimento che vada oltre il semplice scontro tra chi si sente richiamato e chi sostiene di aver semplicemente messo ordine.

Se l’obiettivo è riportare disciplina nella comunicazione istituzionale, ben venga.

Se l’obiettivo è impedire comunicati trionfalistici prima che esistano risultati concreti, ancora meglio.

Ma la stessa logica dovrebbe essere applicata anche alla comunicazione politica.

Perché non esiste soltanto il comunicato del funzionario o del consigliere che cerca visibilità. Esiste anche il comunicato della politica che trasforma un atto ordinario in una conquista epocale, una riunione in una soluzione, una promessa in un risultato e una possibilità in una certezza.

E allora il problema non può essere soltanto chi comunica.

Deve essere soprattutto che cosa comunica, sulla base di quale atto, con quale responsabilità e con quale risultato verificabile.

La Regione Molise non ha bisogno di più silenzio.

Ha bisogno di più chiarezza.

Non ha bisogno di una comunicazione imbavagliata, ma di una comunicazione credibile. Non ha bisogno di un’autarchia della parola, ma di una gerarchia chiara delle responsabilità.

E forse, prima di chiedere ai consiglieri, ai funzionari e ai direttori di stare attenti a ciò che comunicano, sarebbe il caso di spiegare ai cittadini chi decide davvero, chi propone, chi dispone e chi risponde.

Perché alla fine il cittadino non chiede fuochi d’artificio.

Chiede di sapere chi ha acceso la miccia, chi ha promesso lo spettacolo e, soprattutto, perché troppo spesso il concerto comincia, la musica parte, ma la pista da ballo continua a rimanere vuota.

E, qualche volta, basta davvero un concerto per rendere felici sindaci e cittadini.

Ma una Regione dovrebbe riuscire a fare qualcosa in più, speranza anche dei consiglieri delegati, quelli che costruiscono: farli sentire consiglieri, cittadini, e non solo spettatori.

 


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 Maurizio Varriano

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