C’è un’immagine che più di ogni altra racconta, in queste ore, la condizione di Casa Sollievo della Sofferenza: un’ambulanza ferma per ore, sotto il sole, con un paziente a bordo. È una testimonianza che, se confermata nei suoi dettagli, non può essere archiviata come l’ennesima difficoltà organizzativa di un grande ospedale. Perché quando un malato aspetta tre ore prima di poter essere preso in carico, non è soltanto un servizio che rallenta: è il senso stesso di una struttura sanitaria che viene messo in discussione.

Eppure, proprio oggi, mentre arrivano le denunce di pazienti esasperati e mentre medici e infermieri raccontano di turni sempre più difficili da sostenere, crediamo che Casa Sollievo della Sofferenza non debba essere raccontata soltanto attraverso la parola crisi.

Deve essere raccontata anche attraverso la parola speranza.

Perché Casa Sollievo non è un ospedale qualsiasi. È una storia, una missione, una comunità. È il patrimonio umano costruito in settant’anni attorno all’intuizione di Padre Pio. È fatta di professionisti che, anche nei momenti più difficili, continuano a entrare nei reparti, nelle sale operatorie, nei laboratori e nel Pronto Soccorso con la responsabilità di chi sa di avere davanti una persona e non un semplice numero.

Ed è proprio per rispetto verso queste persone che oggi non è più possibile nascondersi dietro formule rassicuranti.

La Commissione del Papa ha detto una cosa molto chiara

Il 27 maggio scorso Papa Leone XIV ha istituito una Commissione di indirizzo e vigilanza con un mandato tutt’altro che simbolico: analizzare la situazione economica, patrimoniale, operativa e gestionale della Fondazione, individuare le soluzioni necessarie e dare loro concreta attuazione.

Non è, formalmente, un commissariamento. E nessuno ha mai sostenuto che quella sia la definizione giuridica dell’organismo.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato far finta che l’istituzione di una Commissione con poteri così ampi sia un fatto ordinario.

La stessa direzione, nei giorni successivi, ha parlato di «sostegno immediato» e di necessità di velocità, efficienza ed efficacia.

Ed è qui che nasce la domanda che oggi non possiamo più eludere.

Se la nuova governance deve davvero aprire una fase nuova, perché il vecchio vertice gestionale continua a essere lì?

La contraddizione che non si può più ignorare

Il direttore generale Gino Gumirato, intervenendo dopo la nascita della Commissione, aveva affermato che entro giugno sarebbero scadute le cariche e che sarebbe stato necessario procedere alla nomina del nuovo Consiglio di amministrazione e del nuovo direttore generale.

Siamo ad agosto.

E il problema, quindi, non è più soltanto chi debba amministrare Casa Sollievo. È soprattutto quale credibilità possa avere una nuova governance se continua a convivere con il vertice della precedente stagione gestionale.

Una stagione nella quale la comunicazione dell’ente ha spesso cercato di rassicurare sullo stato dei conti, sulla sostenibilità, sui rapporti con il personale e sulla capacità della struttura di uscire dalla crisi.

A dicembre 2025, per esempio, la direzione aveva respinto le accuse sindacali sui contratti e sui presunti tagli, sostenendo che non vi fosse alcuna riduzione del compenso tabellare e rivendicando una situazione sotto controllo.

A marzo 2026, Gumirato dichiarava che i debiti effettivi verso i fornitori erano circa 108 milioni e che la Fondazione vantava crediti per circa 40 milioni nei confronti della Regione Puglia, contestando quindi la rappresentazione di un passivo da 250 milioni.

Contemporaneamente, però, sindacati e lavoratori continuavano a denunciare una situazione di crescente difficoltà. Sono arrivati i decreti ingiuntivi per il recupero degli arretrati; sono state segnalate criticità nell’organizzazione e nel personale; sono emerse preoccupazioni sulla fuga dei professionisti e, successivamente, sulla possibilità che centinaia di infermieri potessero guardare alla sanità pubblica.

È questa la discrasia che non possiamo più ignorare.

Non significa affermare che ogni comunicazione della direzione fosse falsa. Significa chiedersi se quella comunicazione abbia rappresentato fino in fondo la gravità della situazione che oggi la stessa nuova governance è chiamata ad affrontare.

E questa domanda riguarda direttamente chi ha avuto la responsabilità di guidare l’ospedale e di raccontarne pubblicamente lo stato di salute.

Non basta cambiare il controllore se non cambia chi deve essere controllato

La Commissione istituita dal Papa ha un compito enorme. Deve capire cosa è accaduto, quali errori siano stati commessi, quali responsabilità gestionali esistano, quali siano realmente i numeri e soprattutto quale futuro possa avere Casa Sollievo. Per farlo servono libertà, autorevolezza e credibilità.

E la credibilità nasce anche dalla capacità di dire una cosa semplice: quando una stagione gestionale è arrivata al capolinea, occorre avere il coraggio di aprirne una nuova.

Non è una condanna personale. Non è una richiesta di vendetta. Non è il desiderio di individuare un capro espiatorio.

È, al contrario, una richiesta di responsabilità.

Chi ha avuto ruoli apicali nella gestione della struttura deve poter spiegare, documenti alla mano, come si sia arrivati alla situazione attuale. Ma la nuova governance deve poter lavorare senza ambiguità e senza sovrapposizioni.

Perché non si può chiedere a medici, infermieri, dipendenti e cittadini di credere nel cambiamento mentre, contemporaneamente, si lascia intatto uno degli elementi più discussi della precedente gestione.

La vera emergenza, però, resta il paziente

In mezzo a bilanci, governance, debiti, contratti, crediti, commissioni e ipotesi di cessione c’è una persona. C’è il malato.

C’è l’anziano che arriva al Pronto Soccorso. C’è il bambino. C’è il paziente oncologico. C’è chi percorre centinaia di chilometri perché continua a considerare Casa Sollievo un luogo nel quale affidarsi.

Nei mesi scorsi Stato Quotidiano ha raccolto e raccontato anche testimonianze di pazienti alle prese con servizi sospesi, apparecchiature fuori uso e liste d’attesa. Una testimonianza pubblicata a giugno raccontava, ad esempio, la sospensione di attività di day hospital endocrinologico e le difficoltà legate a un guasto alla densitometria ossea, con circa 300 pazienti interessati secondo quanto riferito dalla stessa testimone.

Queste storie devono essere ascoltate.

Così come devono essere ascoltati i professionisti. Perché se un infermiere deve scegliere quale emergenza affrontare per prima perché non ci sono abbastanza colleghi, se un medico è costretto a lavorare in condizioni di pressione permanente, se un reparto perde professionalità preziose, il problema non è più soltanto sindacale.

È sanitario. Ed è un problema che riguarda la sicurezza del paziente.

Casa Sollievo non può diventare una partita finanziaria

Da mesi circolano ipotesi di cessione e indiscrezioni su possibili interlocuzioni con grandi gruppi della sanità privata.

Ma prima ancora di discutere di chi potrebbe rilevare Casa Sollievo bisogna chiedersi che cosa si vuole salvare. Se si salva soltanto un bilancio, si rischia di perdere l’anima dell’opera. Se si salva soltanto una struttura immobiliare, si perde la missione. Se si salvano soltanto i conti comprimendo ulteriormente il lavoro, prima o poi si perde anche l’eccellenza clinica.

Casa Sollievo deve essere salvata come ospedale, come IRCCS, come centro di ricerca, come presidio del Mezzogiorno e soprattutto come luogo nel quale la persona malata viene prima del conto economico.

La sostenibilità economica è indispensabile. Ma la sostenibilità di un ospedale non può essere misurata soltanto attraverso un bilancio.

La speranza esiste. Ma deve avere un volto nuovo

La speranza non è una parola retorica. È possibile che proprio questa crisi rappresenti l’occasione per ricostruire Casa Sollievo.

La Commissione voluta da Leone XIV può diventare lo strumento attraverso il quale finalmente si aprono i cassetti, si verificano i numeri, si ricostruiscono le responsabilità e si decide senza paura.

Può essere l’occasione per una nuova governance realmente autonoma, competente e trasparente. Può essere l’occasione per restituire dignità al personale. Può essere l’occasione per ricostruire un rapporto di fiducia con i sindacati. Può essere l’occasione per dire ai pazienti che non sono più disposti ad accettare l’inaccettabile.

E può essere l’occasione per smettere definitivamente di comunicare la realtà attraverso slogan rassicuranti e cominciare a raccontarla per quello che è: con le sue ferite, ma anche con le sue possibilità di rinascita.

Padre Pio, oggi, chiederebbe una cosa sola

Forse la domanda più importante non è quanto valga Casa Sollievo. Non è neppure chi la comprerà, chi la finanzierà o chi occuperà una poltrona.

La domanda è: che cosa vogliamo che sia Casa Sollievo fra dieci, venti, cinquant’anni?

Se la risposta è ancora quella di Padre Pio — un luogo nel quale la sofferenza dell’uomo viene accolta e curata con competenza, umanità e dignità — allora la partita non è perduta.

Anzi. Può essere appena cominciata. Ma per ricominciare bisogna avere il coraggio di riconoscere ciò che non ha funzionato. Bisogna avere il coraggio di cambiare. Bisogna avere il coraggio di sostituire chi non ha più la fiducia necessaria per guidare una nuova stagione. E bisogna avere il coraggio di dire la verità, tutta la verità, anche quando fa male.

Perché Casa Sollievo della Sofferenza può ancora tornare a essere Casa Sollievo.

Ma la speranza, questa volta, non può essere soltanto annunciata.

Deve essere costruita.


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 Maurizio Varriano

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